Archivio

APRILE
MAGGIO
2002

Editoriale del Vescovo

Editoriale del Direttore

La voce del Seminario

Istituto di Scienze Religiose

Dagli Uffici Diocesani

Inserto di Approfondimento:
LA COMUNIONE

Parrocchie e movimenti

Pasqua in Diocesi

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




 

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  Editoriale del Direttore

Pasqua: storia di comunione
di don Antonino Dolce

La Pasqua, originariamente, era una festa che i Semiti, popolo di pastori, all’inizio del nuovo anno e prima di mettersi in cammino alla ricerca di nuovi pascoli, celebravano nella notte del plenilunio di primavera (14 di Nisan).  Si offrivano in sacrificio i primi nati del gregge: col sangue si facevano gli scongiuri per scacciare gli spiriti malefici e assicurare la fecondità del gregge, la carne si mangiava come un pasto cultuale che serviva a rinsaldare i vincoli familiari e tribali. Con molta probabilità, era questa la festa di cui si parla in Esodo 3,18 che gli ebrei chiedono al Faraone di potere andare a celebrare nel deserto. E’ quindi anteriore a Mosè e allo stesso esodo, ma sarà proprio la circostanza della liberazione dall’Egitto a dare alla celebrazione un significato ben preciso di memoriale. “Questo giorno sarà per voi un memoriale; lo celebrerete come festa del Signore: di generazione in generazione, lo celebrerete come un rito perenne”. (Es 12,14)  
Col tempo, alla Pasqua sarà associata la festa degli “azzimi” che si celebrava qualche giorno dopo con l’offerta delle primizie delle messi e dei pani azzimi. Più tardi, per la tradizione israelitica il pane azzimo cominciò ad evocare “il pane di afflizione” in Egitto e la fretta con cui bisognò partire portando la pasta non lievitata (cfr Dt 16,3)

Il “memoriale” richiama a Israele quanto il Dio liberatore ha compiuto in suo favore ed alimenta la gratitudine verso Jahve che ha vegliato e continua a vegliare sul suo popolo. Ma è soprattutto il Signore che “in presenza del memoriale, si ricorda del suo popolo e, ricordandosi, si rende presente e attualizza la sua salvezza” (P. Sorci). Nel contesto della Pasqua ebraica si inserisce l’evento salvifico della morte e risurrezione di Gesù.  
Notizie della celebrazione di una pasqua cristiana le abbiamo già al II secolo quando, in Asia Minore, cristiani che facevano capo a S. Policarpo e quindi a S. Giovanni Apostolo, in contemporanea alla Pasqua ebraica, il 14 di Nisan, qualunque giorno della settimana cadesse (da qui il nome di quartodecimani,) ricordavano l’anniversario della morte del Signore; digiunavano sino all’ora nona, poi celebravano l’eucaristia e l’agape. A Roma invece, si digiunava il venerdì e il sabato, la domenica si celebrava la risurrezione dalla cui potenza redentrice i fedeli attingono, attraverso i sacramenti del battesimo e dell’Eucaristia. Siamo già al “sacratissimum triduum” come più tardi lo chiamerà Agostino; intorno al secolo VII si aggiungerà la commemorazione della cena, la sera del giovedì.  Risulta quindi un Triduo Pasquale che inizia con la messa in Coena Domini, tocca il suo culmine nella “madre di tutte le veglie” e si conclude con i secondi vespri del giorno di Pasqua. Ma la liturgia dilata ancora l’esultanza della veglia nel “laetissimun spatium” dei cinquanta giorni, sino a Pentecoste, compimento del mistero pasquale. “I cinquanta giorni… dalla domenica di Risurrezione alla Pentecoste si celebrano nell’esultanza e nella gioia come un solo giorno di festa, anzi come la grande domenica. Sono giorni nei quali in modo del tutto speciale, si canta l’Alleluia” (Calendario Romano, 22) Sono i giorni in cui i fedeli “gioiscono nel vedere il Signore”, giorni della “mistagogia” che servono a crescere nella comprensione del mistero di Cristo e della comunione con Lui che si realizza nei sacramenti.  Sono i giorni in cui la Chiesa gioisce perché il Risorto le fa dono del suo Spirito che, rendendola un solo corpo, le dona di risplendere “in mezzo agli uomini come segno di unità e strumento di pace” (Liturgia della Messa) .Tempo in cui la liturgia ci fa pregustare la gioia della “domenica senza tramonto” (Lliturgia della Messa), l’Ottavo Giorno, la nuova Pasqua che introdurrà l’umanità nell’eterna festa. Mons. Arcivescovo in “Allestire la Cena” invita a qualificare il tempo pasquale con i “Percorsi di comunione”. Infatti, la gioia della vita nuova ci fa vivere uniti, ci fa apprezzare i carismi degli altri e, con servizio umile e generoso, ci porta alla collaborazione per il bene di tutti (cfr Ibidem n.10).

 La voce del Seminario

 Cammino vocazionale

Mons. Pio Vigo, il 14 febbraio scorso, XXI anniversario della sua ordinazione a Vescovo, ha conferito il sacramento dell’Ordine, nel grado del Presbiterato, al Diacono F. P. Davide Chinnici al quale, alla fine della celebrazione, attraverso la consegna del Crocifisso, ha affidato il mandato missionario per la Chiesa del distretto di Amborombotzi, nella Diocesi di Ambositra in Madagascar.
Sabato, 9 marzo nella Chiesa Madre di Corleone, un altro giovane ha ripetuto il suo “si” al Signore: Fra Giuseppe Maria Gentile, TOR che ormai da qualche hanno ha esercitato il suo ministero diagonale presso la Parrocchia Maria SS. Delle Grazie in Corleone, curando soprattutto la gioventù francescana. 
Riportiamo, di seguito, una breve testimonianza dello stesso Don Davide e un’altra su Fra Giuseppe, fatta da una ragazza che ha partecipato al rito dell’ordinazione

***
di don F. P. Davide Chinnici (Fratello Missionario della Misericordia)

Il mio cammino vocazionale-missionario è legato a due persone: Padre Antonino Cataldo S.J. e la sorella, Madre Antonina, fondatrice della Comunità dei Missionari della Misericordia di cui sono membro.
La mia è stata un’esperienza meravigliosa, sotto lo sguardo continuo di Maria, Madre della misericordia. Completati gli studi teologici necessari, ho chiesto al nostro Arcivescovo, dopo diverse esperienze che mi hanno inciso profondamente in terra di missione, di poter partire missionario. Sono stato ordinato diacono il 29 giugno 2001 a Monreale e l’Arcivescovo mi ha accompagnato in Madagascar presso la missione di Amborombotzy, affidandomi per la formazione pastorale e lo studio della lingua malgascia, a P. Cataldo, direttore della missione.In piccolo ho già potuto sperimentare, cosa significhi essere annunziatore della parola di Dio e andare verso i fratelli poveri, ammalati e bisognosi della misericordia divina. Sento forte l’esigenza di servire il Cristo Gesù povero, nudo, ammalato, carcerato che ha fame e che grida “dammi da bere”. Il sacerdozio che ho ricevuto per l’imposizione delle mani di S.E. Mons. Pio Vittorio Vigo a Monreale, il 14 febbraio 2002, ha confermato il desiderio del mio cuore e cioè partire come sacerdote missionario, per portare Cristo a tutte le genti. La nostra missione è molto grande e ha bisogno di molti aiuti ed è questo il motivo che spinge me e don Piergiorgio Pizzo, che si trova lì già da tre anni, a chiedere la carità in questi giorni in tantissimi posti della nostra diocesi ed anche altrove.
 Ringrazio fin da adesso coloro che ci sosterranno con la preghiera e con la carità operosa e chiedo al Signore Gesù Cristo che li ricolmi con altrettante benedizioni.    
 

***
di
Gina Lanza (della Gioventù Francescana di Corleone)

“Si, Signore Gesù, ora sono servo”: queste parole hanno suscitato, in questi giorni, intense emozioni nella nostra fraternità. Noi giovani siamo stati infatti attratti in modo particolare dall’esperienza di un amico, fra Giuseppe Maria Gentile  T.O.R., che ci é stato vicinissimo fin dall’inizio del nostro cammino. Il suo “sì”, pronunciato al momento dell’ordinazione sacerdotale, avvenuta lo scorso 9 marzo, per le mani di S.E. Mons. Pio Vittorio Vigo, lo abbiamo pronunciato anche noi insieme a lui, come un’unica, grande famiglia. Abbiamo veramente sentito la presenza di Gesù durante il rito dell’ordinazione e durante la prima Messa che il novello sacerdote ha celebrato nella nostra parrocchia ed eravamo tutti lì, come estasiati, a guardarlo col sorriso sulle labbra...in quei momenti tutto ci é apparso pieno di letizia... e così é ancora. Ogni giorno che passa sentiamo sempre di più che il Signore ci ha fatto un dono particolare, che é anche motivo di riflessione. Con questa gioia ci impegniamo e vi  invitiamo tutti a pregare con noi affinché “il Signore mandi sacerdoti alla sua messe”. Pax et bonum.

Dagli Uffici diocesani

IRC e cultura della solidarietà in una scuola dei valori 
di Irene Iannello (dirigente scolastico ICS “E.Armaforte” Altofonte)

 Lunedì 18 marzo u.s. nel salone parrocchiale di San Gioacchino, a Partinico, si è svolto l’incontro mensile di formazione per gli Insegnanti di Religione, alla presenza del nostro Arcivescovo S.E. Monsignor Pio Vigo e del direttore dell’ufficio IRC, Mons. Giuseppe Provenzano. Il seminario ha assunto un valore ed un significato metadidattico, infatti, uno degli obiettivi dichiarati era quello di far incontrare i docenti con i due missionari Don Piergiorgio Pizzo e Don David Chinnici, che raggiungeranno il Madagascar il prossimo 5 aprile, per promuovere un’azione di solidarietà concreta, a partire dalle istituzioni scolastiche. Mons. Arcivescovo ha parlato dell’impegno per il Madagascar con semplicità e con profondità di pensiero e sentimento, tali da suscitare  momenti di forti emozioni. Ha sottolineato come i docenti per primi devono sperimentare il valore della solidarietà per poterla poi trasmettere agli alunni.” Profonda commozione ha suscitato il racconto delle difficoltà e della complessa realtà di vita della missione,di don Piergiorgio prima e di Don David dopo;alla loro si è unita la voce di due suore missionarie. La relazione, assegnata a chi scrive ”IRC e cultura della solidarietà in una scuola dei valori”aveva il compito di coniugare il tema della solidarietà con lo specifico dell’IRC.  L’esposizione è stata organizzata intorno a tre ambiti specifici:
1. Le contraddizioni della società e la caduta dei valori
2. Il ruolo della scuola nella formazione dei giovani
3. Lo specifico dell’IRC con riferimento all'educazione alla solidarietà.
 
Questi alcuni dei passaggi più significativi. L’educazione alla solidarietà deve sensibilizzare gli alunni, suscitare una profonda riflessione su come la vita d’ogni giorno s’intrecci con le fatiche e i bisogni delle persone, deve sviluppare la capacità d’attenzione al bisogno dell’altro, aprirsi ad atteggiamenti di condivisione ed accoglienza fino a comprendere. pienamente il significato di tutela del valore della Persona. E’ indispensabile destrutturare gli stereotipi, che riducono la solidarietà al contributo da offrire in particolari situazioni e che sviliscono il senso profondo della condivisione cristiana, come valore universale. Occorre invece una cultura della solidarietà e dell’accoglienza che ci liberi dagli egoismi, dalle nostre sicurezze, dai nostri pregiudizi, per andare incontro all’altro. Bisogna insistere sulla formazione spirituale e morale degli alunni. IL progetto educativo della scuola deve essere finalizzato alla costruzione e al progressivo ampliamento di senso entro cui l’alunno matura la propria identità e cui può ancorare la propria esistenza, il proprio progetto di vita. Vi sono apporti specifici che una cultura cristianamente ispirata può dare alla scuola d’oggi. La scuola deve educare gli allievi a rinunziare al consumismo, riscoprendo il senso della finitezza dell’essere umano e del limite. Questo implica la capacità di discernere che consente di stabilire la differenza tra ciò che è essenziale e ciò che non lo è. Una scuola che educa i giovani in questo senso, reintroduce in loro la capacità di distinguere e di scegliere, riscattando la loro autonomia di giudizio e la loro libertà. Le finalità educative sono individuate nei valori emergenti della solidarietà, dello sviluppo, della tutela dei diritti umani. La relazione si è conclusa con un passo della lettera enciclica Sollicitudo rei socialis: “La solidarietà non è un sentimento di vaga compassione o di superficiale intenerimento per i mali di tante persone, vicine o lantane. Al contrario è la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno, perché tutti siano veramente responsabili di tutto.