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2002
Editoriale del Vescovo
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S.E. Mons. Cataldo Naro
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Editoriale dell'Arcivescovo
Ciò che fa ardere il cuore
Nel fare il bilancio di chiusura
per il tempo vissuto a Monreale, scelgo l’indicazione sapiente dei Padri del
Deserto che suona pressappoco così: “Scuoti di dosso tutti i ricordi del
passato; quello che resta è ciò che ti fa ardere il cuore”. Tutti sappiamo
che il quotidiano è tessuto con tanti eventi spesso contrastanti: conosce il
bene e il male, la gioia e il dolore, le esperienze di comunione e i momenti di
tensione, la speranza e le delusioni. Ciò che rimane, passato il tempo e
superati gli episodi marginali, “ti fa ardere il cuore”. Ci rendiamo
allora conto che siamo entrati in sintonia con la vita che ci circonda e si è
accesa una fiamma per il bene e la verità che permangono sempre. La maggior
parte degli eventi, però, restano comunque nel segreto di Dio. Quella luce
mi permette di rivedere lo sguardo innocente dei bimbi, desiderosi di
rassicurarti del loro amore. Nella loro vita leggi il canto gioioso della
speranza, la voce supplichevole che invoca pace, la certezza che solo ai
piccoli Dio rivela la grandezza del suo amore. Allora senti bussare al tuo
cuore le parole di Gesù: “Se non diventerete piccoli come bambini non entrerete
nel regno dei cieli”. Rivedo, ancora, il volto di tanti giovani,
desiderosi di sincerità, di comprensione, di compagnia, per riuscire a dare il
giusto orientamento all’energia prepotente del loro animo. E attendono
fiduciosi. Allora ti assalgono tanti interrogativi: “Cerchi sinceramente
la risposta da dare alle tante loro richieste? Ti preoccupi di offrire il vero
cibo che nutre quei cuori, spesso condannati a restare digiuni? Non sono forse
loro, i giovani, a consegnarti l’ardore e l’entusiasmo che ti porta a spingerti
“fin lungo le siepi”? Allora perché ti chiudi e non ti lasci aiutare da quelle
energie nascoste? Rivisito, poi, la vita di tante anime generose che nel
silenzio hanno camminato seriamente nella via della santità. Desiderosi di
piacere al Signore e di costruire quel regno che ha come legge l’amore, come
condizione di vita la libertà, la giustizia e la pace restano in contatto
costante con Dio e permangono nella carità. La presenza di queste anime che, in
passato e oggi, vivono veramente secondo le richieste del Vangelo, l’ho sempre
considerata uno “scherzo di Dio” o risposta divina alle continue notizie che
presentano questa terra solo segnata dalla forza demolitrice del male. Mi
consola il ricordo di tanti momenti di fraternità sacerdotale, vissuti nella
serenità, anche se non è mancata la fatica per trovare insieme le scelte più
adeguate per la crescita della fede di tutti. L’attenzione condivisa ha reso
più motivato l’impegno pastorale e la comunione presbiterale. La testimonianza
della donazione quotidiana e silenziosa di tanti sacerdoti, anche tra le
inevitabili incomprensioni e ostilità, resta il tesoro edificante che illumina
il cuore di speranza. Mi incanta, ancora, la pace interiore delle persone
ammalate che ho visitato in questi anni, segnate da tanta sofferenza, ma sempre
disposte a portare la croce con pazienza nel silenzio della loro solitudine, per
tanti anni, senza perdere la fiducia in Dio. Da questa offerta trova certamente
alimento e forza l’azione ministeriale e profetica della Chiesa. Penso
anche all’impegno generoso e sincero delle Associazioni legate alla tradizione
della Chiesa, al cammino dei Movimenti ecclesiali e di quanti vivono la nuova
iniziazione cristiana della fede battesimale con le nuove forme riconosciute
conformi alla tradizione. Il cuore mi arde al pensiero che molti fedeli
desiderano ardentemente crescere nella loro fede. Per questo cercano di
motivare le ragioni della loro speranza affrontando la fatica dello studio
presso gli istituti teologici. Una Chiesa che cresce senza fare rumore, ma
in profondità e nell’essenzialità, è come una roccia che dà sicurezza a ogni
casa costruita su di essa. A questa Chiesa, a tutti i figli che vivono in essa,
rivolgo l’invito a risplendere sempre con quella luce che il Signore non
rifiuta mai di dare a quanti, con cuore libero e semplice, si aprono alla sua
voce.
+ Pio Vigo, Arcivescovo di Monreale
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Editoriale del
Direttore
Maestro di fede ed educatore del
popolo di Dio
Nel rito dell’ordinazione episcopale, sulle
spalle del nuovo vescovo viene posto il libro dei vangeli per indicare che
egli, in forza del sacramento dell’ordine, è divenuto servo del Vangelo e ha il
compito di annunziare la Parola “in ogni occasione opportuna e non opportuna”,
di ammonire ed esortare “con ogni magnanimità e dottrina” (cfr 2 Tm 4,1).A
questo dovere, certamente, non è venuto meno mons. Pio Vigo il quale, nelle
omelie o nei ritiri predicati al clero, negl’incontri con i giovani in
Cattedrale aperta o nella Scuola di
preghiera, è stato “maestro di fede” ed “educatore del popolo di Dio”. Ma anche
con i suoi scritti è stato “araldo del Vangelo” e lo dimostrano i messaggi
inviati alla Chiesa diocesana all’inizio dei tempi forti dell’anno liturgico o
quelli ai sacerdoti per il giovedì
santo, o ai religiosi per la giornata della Vita consacrata, al mondo della
scuola all’inizio di ogni anno
scolastico, alle famiglie nell’annuale giornata diocesana loro dedicata.
Lo dimostrano soprattutto le linee pastorali che, all’inizio di ogni anno,
puntualmente, hanno tracciato il cammino della Comunità diocesana.
L’arcivescovo è venuto in diocesi nel luglio 1997. Già all’inizio del nuovo
anno pastorale 1997/98, Anno dello Spirito Santo in preparazione al Giubileo
del duemila, ha consegnato alla Chiesa diocesana le linee programmatiche Lo
Spirito Santo, fuoco che illumina, rigenera, invia in cui,
dopo avere richiamato l’attenzione sull’ azione dello Spirito nella
chiesa e nel cuore dei fedeli, Lo indicava come il vero protagonista della
nuova evangelizzazione, come Colui che “costruisce il regno di Dio nel corso
della storia", “animando gli uomini nell’intimo e facendo germogliare
all’interno del vissuto umano i semi della salvezza che avverrà alla fine dei
tempi”. Esortava quindi le parrocchie a dare il giusto valore al sacramento
della cresima e a potenziare l’impegno nella catechesi perché ogni battezzato
prendesse coscienza delle sue responsabilità e mettesse a frutto i propri
carismi e ministeri per la costruzione del regno di Dio.Tre grandi celebrazioni
in cattedrale, hanno segnato i ritmi del cammino comunitario: all’inizio
dell’anno pastorale, per la consegna del “Credo”, all’inizio della Quaresima,
per la consegna del “Padre Nostro” e, alla la veglia di Pentecoste, per la
consegna della “Luce”. Attesi dall’amore del Padre è stato il documento che ha
guidato la Chiesa monrealese nell’ “Anno del Padre” (1998/99) In esso c’era
l’invito a pensare alla vita cristiana “come un grande pellegrinaggio verso la
casa del Padre” di cui si scopre l’amore incondizionato per ogni creatura
umana, in particolare per il figlio perduto; questa meravigliosa scoperta
conduce al sacramento della penitenza come luogo di conversione e di
riconciliazione con Dio e con la Chiesa. In quella vigilia del grande Giubileo
del 2000 il vescovo chiamava la comunità dei battezzati, in ogni sua
componente, a diventare “Popolo in missione”.“Coraggio, alzati, ti chiama”
(Mc10,29) erano le parole del Vangelo che annunziavano la missione. A scandire
i tempi della missione era lo stesso Pastore. La presentazione del progetto al
clero e alla chiesa diocesana, lo studio sul tema Missionarietà e
ministerialità nella Chiesa, il momento di preghiera e l’elezione dei
missionari nelle singole parrocchie, la preparazione degli operatori pastorali
con le scuole di formazione nei diversi vicariati, la visita alle famiglie,
sono stati tutti impegni che si sono susseguiti nella prima metà di quell’anno
pastorale. Dopo la preparazione, all’inizio della quaresima l’apertura solenne
della missione in cattedrale con la consegna della croce ai rappresentanti
delle singole parrocchie, la celebrazione della missione e quindi, a
conclusione di tutto, il Congresso eucaristico diocesano. L’anno pastorale
1999/2000 ha segnato l’inizio dell’Anno santo che mons. Vigo invitava a celebrare guardando all’ “Eucaristia, cuore
della speranza” ed esortava a “respirare l’abisso stupendo dell’infinito
amore di Dio e noi chiamati a vivere in questa famiglia, come figli” e
nell’Eucaristia indicava il nutrimento che permette di vivere da figli,
alimentando la speranza e crescendo nella vita di comunione. Pertanto, bisogna
dare il giusto posto al “giorno del Signore” e la celebrazione eucaristica deve
diventare davvero il centro della vita di ogni comunità parrocchiale che da
essa deve trarre l’energia necessaria per il cammino verso la santità. I grandi
temi del Giubileo, la Porta santa, il Pellegrinaggio, l’Indulgenza sono stati
vissuti attraverso i ritmi dei tempi liturgici. Le celebrazioni di apertura
dell’Anno santo in cattedrale e dei giubilei delle varie categorie, sono stati
dei momenti di grazia e di intensa vita ecclesiale. L’anno pastorale 2000/01
concludeva il grande Giubileo e pertanto bisognava raccoglierne i frutti. Mons.
Vigo l’ha fatto indicando ai fedeli il sentiero della santità: “L’invito alla
santità, come realtà concreta per rassomigliare al Figlio diletto, uomo
nuovo", mi è parsa la voce più insistente che rimane dalla grazia avuta in
abbondanza nell’anno giubilare… Scelti per essere santi e immacolati al suo
cospetto sarà, quindi la parola che dovrà fare ardere il nostro cuore e la
nostra fede” Scelti e immacolati al suo
cospetto è un documento che apre un nuovo cammino pastorale durante il quale
l’evento sarà la Visita pastorale.Prendendo come icona la parabola di
quell’uomo che diede una grande cena e, dopo il rifiuto dei primi invitati,
manda il suo servo per le strade e lungo le siepi a chiamare quanti avesse
incontrato, traccia alla Chiesa diocesana un percorso triennale: Pensare alla
festa (2000/01) per un itinerario di
formazione e di preparazione; Allestire la cena
(2001/02) per riscoprire il senso della ministerialità, del servizio e
della comunione nella Chiesa.; Fin lungo le siepi (2002/03) che corrisponde al tempo della
missione per “raggiungere chi è senza speranza”, chi si è allontanato, per andare al “nuovo” con fiducia, con
coraggio, con dedizione. I tre documenti sono attraversati da alcune idee di
fondo. La necessità di una forte spiritualità che riparta da Cristo “da
conoscere, amare, imitare per trasformare con Lui la storia” Solo infatti se
fedeli al Signore sarà possibile costruire e custodire la Chiesa. La
convinzione che nell’impegno pastorale le priorità devono essere “la
parrocchia, con la sua vitalità, il suo modo di essere comunione di comunità e
la famiglia, piccola chiesa, i valori e le realtà che in essa si vivono” .La
consapevolezza del ruolo insostituibile dei laici la cui maturità bisogna
promuovere perché assumano le loro responsabilità in seno alla Chiesa.
L’urgenza di presentare una Chiesa in comunione dove tutto il popolo di Dio
vive la propria ministerialità. La comunione è il nuovo volto della
Chiesa. Il bisogno di allargare
l’orizzonte: “prendere il largo” nella ricerca di nuovo ardore, nuovi metodi,
nuove espressioni che devono caratterizzare la “nuova evangelizzazione”. La
missionarietà come nota essenziale della Chiesa e quindi l’apertura alla
missione “ad gentes”, sino a spingere la nostra Arcidiocesi a dilatare il cuore
per “abbracciare” quella porzione di terra del distretto missionario di
Amborombotsy nella Diocesi di Ambositra, in Madagascar. Tutti gli scritti di
mons. Vigo fanno continuo riferimento al magistero del S. Padre e ai documenti
della CEI ; in essi si coglie l’ansia
del pastore che pasce il gregge di Dio che gli è stato affidato e lo
sorveglia secondo Dio, di buon animo. (cfr I Pt 5,2).
Don Antonino Dolce
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Profilo
di S.E. Mons. Cataldo Naro
Monsignor
Cataldo Naro è nato a san Cataldo, Diocesi di Caltanissetta, il 6
gennaio 1951. Ha compiuto gli studi umanistici nel Seminario di
Caltanissetta e quelli di teologia nella Pontificia Facoltà dell'Italia
Meridionale, a Napoli, Sezione San Luigi, conseguendo il baccellierato.
Ha
frequentato la Pontificia Università Gregoriana laureandosi in Storia
della Chiesa, ed ha partecipato al corso di Archivistica presso
l'Archivio Segreto Vaticano conseguendo il relativo diploma.
E' stato
ordinato sacerdote il 29 giugno 1974 per il clero della diocesi di
Caltanissetta. Ha svolto un intenso impegno pastorale nella sua diocesi
di origine: nel 1977 venne incaricato di dirigere l'Archivio storico
diocesano, ed assegnato come Vicario coadiutore a San Cataldo - dal 1977
al 1979; è stato prima Vice Assistente e poi Assistente diocesano della
Compagnia di S. Angela Merici, dal 1978 al 1991, prima di essere
nominato Vice-Assistente della Federazione delle Compagnie Mericiane.
Ha
insegnato Storia e
Filosofia presso il Liceo del
seminario di Caltanissetta e rettore della Chiesa di S. Giuseppe in San
Cataldo, dal 1986-89 ha ricoperto l'incarico di Prefetto degli Studi
dell'Istituto teologico Diocesano e dal 1989 al 1991, ha collaborato con
il suo Vescovo nella preparazione e nello svolgimento del Sinodo
diocesano, in qualità di Segretario del Sinodo. Ha pure tenuto corsi di
Storia della Chiesa, Patristica, Archivistica, Storia dell'Arte
Cristiana e Metodologia nell'Istituto Teologico diocesano di
Caltanissetta.
Mons. Naro è ben conosciuto in Sicilia per la sua attività
accademica, essendo stato Assistente incaricato di Storia della Chiesa
presso l'Istituto teologico S. Giovanni Evangelista di Palermo - oggi
Facoltà Teologica di Sicilia - dal 1978 al 1993 anno in cui divenne
Professore, prima incaricato e poi ordinario della stessa materia. Nello
stesso anno fu nominato Vice- Preside della facoltà teologica, incarico
che ricoprì fino al 1996, allorché ne fu eletto Preside per due
mandati consecutivi La Conferenza Episcopale Italiana lo ha
nominato consulente del Servizio nazionale per il progetto Culturale
nonché del Consiglio d0'Amministrazione del quotidiano
"Avvenire" e del Comitato scientifico delle Settimane Sociali.
Oltre
a collaborare con i giornali "La Sicilia", "L'Osservatore
Romano" e "Avvenire" - ha pubblicato studi aventi
carattere prevalentemente storico e riguardanti la storia della Chiesa
in Sicilia, tra i quali ricordiamo: Il movimento cattolico a
Caltanissetta, Caltanissetta 1977; Spiritualità dell'azione e
cattolicesimo sociale, Caltanissetta 1989; Chiesa e Società a
Caltanissetta tra le due guerre,3 voll., Caltanissetta-Roma 1991; Preti
sociali e pastori d'anime, Caltanissetta-Roma 1993.
E' molto nota anche la sua attività editoriale, dato che per un
decennio, - dal 1977 al 1986 - ha collaborato alle Edizioni del
Seminario di Caltanissetta ed è stato Direttore del "centro Studi
Cammarata" di San Cataldo, dalla sua fondazione al 1984.
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Dossier
Incontrare Gesù nei poveri.
E’ vivissima nel mio ricordo la vetrata della chiesa in cui sono stato
battezzato e dove facevo il chierichetto da bambino: un soldato su di un
cavallo bianco che, con la spada, tagliava il suo mantello per darlo ad un
vecchio seminudo che gli tendeva la mano. La storia del cavaliere
dell’esercito romano Martino di Tour che divide il suo mantello con un povero
che poi sparisce per riapparire la notte e svelare la sua piena identità, mi
é stata familiare fin da piccolo. Poi ho conosciuto san Francesco d’Assisi
che comincia il suo Testamento con queste parole: “ Il Signore concesse a me,
frate Francesco, d’incominciare così a fare penitenza, poiché, essendo io
nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi; il Signore stesso
mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò
che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di anima e di corpo. E di poi,
stetti un poco e uscii dal mondo”. Col passare del tempo non mi é parsa
più una cosa strana questa forza vitale nuova che nasceva dal momento in cui
Martino e Francesco decidevano di togliere il povero dalla periferia per
metterlo al centro del proprio cuore e delle proprie azioni, di fare di un
casuale incrocio di strade l’occasione di un incontro decisivo per
comprendere il piano di Dio. Non mi é parsa una cosa strana, perché
l’esperienza di avvertire una nuova presenza di Cristo dopo aver accolto nel
proprio cuore il grido, a volte silenzioso o confuso, del povero e aver fatto
della propria vita una risposta a questo grido, per instaurare un dialogo tra
fratelli, non é qualcosa riservato ad altri tempi o ad altri luoghi ma é
quanto sentivo che capitava anche a me quando, oltre agli studi liceali,
cominciavo a prendere coscienza del dramma che si consumava in una casa di
riposo della città in cui studiavo che, forse per fare coraggio agli anziani o
agli altri emarginati che entravano, si chiamava “Casa di Dio”. Donne che,
dopo aver fatto incredibili sacrifici, ben scolpiti nella loro memoria, per far
crescere a far studiare i loro figli, si ritrovavano abbandonate in un ospizio,
piene di acciacchi per le fatiche e i disagi sopportati, ad aspettare la morte. Una
di loro, con le gambe messe fuori uso da un’artrosi dovuta all’umidità
assorbita nei miseri locali in cui aveva abitato, mi confessava la vergogna,
oltre che il pericolo, che aveva provato quando, per dar da mangiare ai figli,
visto che il marito ubriaco non ne era troppo preoccupato, andava a rubare il
carbone della ferrovia; ed ora per lei non c’era più posto nelle case dei
figli...non serviva più! Donne povere perché hanno dato tutto ai loro
mariti, ai loro figli e ora si ritrovano sole a mendicare un po’ di affetto,
un po’ di ascolto, una parola che renda meno duri gli ultimi giorni e ravvivi
la speranza di una nuova stagione... Ho accolto, non senza esitazione, il loro
invito che mi era parso troppo simile all’invito di Gesù, emarginato nella
grotta di Betlemme e abbandonato sulla croce. Anch’io ho sentito che non
solo quelle anziane trovavano un momento di sfogo e di serenità ma anche in me
qualcosa cambiava, una nuova forza mi faceva muovere quei passi che poi mi
hanno fatto arrivare fin qui a Pomerini in Tanzania, dandomi la gioia di poter
condividere quella povertà di Gesù che arricchisce (2Cor 8,9). In una società
dove si premia il più veloce e il più produttivo, dove s’incoronano le miss
e i campioni dello sport, il povero o é relegato ai margini, o é
strumentalizzato, come ben dimostra l’ipocrita interesse delle compagnie
commerciali per i bisogni dei vecchi e dei bambini. Orrore isterico,
freddo calcolo d’interessi o sterile romanticismo sono tra gli atteggiamenti
più comuni che affiorano alla vista del povero, sia esso da solo, sdraiato su
di una panchina alla stazione, o in gruppo su un barcone alla ricerca di una
vita più umana, o sia una moltitudine che non riesce a trovare di che sfamarsi
o di che curarsi anche per le più comuni malattie. Se non si può
nascondere e ignorare, allora il povero viene avvertito come una minaccia
(prova evidente é la sua assenza dai centri di potere e l’esercito schierato
sulle coste per impedire “l’invasione” degli straccioni...) o come un
debole che si può tentare di spremere in tutti i modi fino alla fine, senza
paura di ritorsioni. Ma per fra Vincenzo, più che settantenne, povero
perché ha lasciato tutto: casa, macchina, una buona pensione e soprattutto i
suoi tre figli e nipoti, fino ad arrivare qui a Pomerini e incontrarsi con
questi bambini poveri perché non hanno niente e con Claudia, ragazza povera
perché le hanno tolto tutto lasciandola in una pazzia solitaria, é certamente
l’occasione di vedere e toccare con mano l’orrenda opera del Diavolo e di
chi lo serve ma, in Cristo, é soprattutto scoprire e sperimentare insieme
nuovi e più profondi legami di fraternità; è sentire con evidente chiarezza
il suo appello e dare una risposta concreta nella propria storia personale; é
ringiovanire nel compiere dei passi avanti in quel cammino di liberazione che
insieme a Gesù porta alla vera vita. Contemplare il volto di Cristo in
Renato, ridotto a pelle e ossa, buttato su di una stuoia all’ombra delle
stoppie di granoturco, in bibi Doni che, dopo aver già venduto tutto il poco
che aveva, viene a chiedere un prestito per poter continuare a curare il
figlio, in Stelina abilmente sedotta ed ora lasciata sola con un bambino, nei
74 orfani di padre e di madre che ci sono nel nostro piccolo villaggio, senza
lasciarsi annebbiare la vista dalle debolezze e difetti di cui sono ricchi
anche i poveri, é la garanzia che la contemplazione del volto di Cristo che
facciamo durante i tempi della preghiera personale e nella Liturgia non é
stata un’evasione o un’alienazione, ma una vera immersione in quell’Amore
che purifica lo sguardo e allarga il cuore per farlo capace di gioire di tutto
quanto c’é di buono e di bello e per renderlo pronto e creativo nella
misericordia (miseri- cor- dare).Fra Paolo, F.m.r., missionario a Pomerini, in
Tanzania
Fra Paolo, dei f.m.r.S., missionario a Pomerini, in
Tanzania
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