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Dicembre
2002

NUMERO SPECIALE

Editoriale del Vescovo

Editoriale del Direttore

La voce del Seminario

Profilo di S.E. Mons. Cataldo Naro 

Dagli Uffici Diocesani

Inserto di Approfondimento:
N A T A L E 

Parrocchie e movimenti

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  Editoriale dell'Arcivescovo

Ciò che fa ardere il cuore

Nel fare il bilancio di chiusura per il tempo vissuto a Monreale, scelgo l’indicazione sapiente dei Padri del Deserto che suona pressappoco così: “Scuoti di dosso tutti i ricordi del passato; quello che resta è ciò che ti fa ardere il cuore”. Tutti sappiamo che il quotidiano è tessuto con tanti eventi spesso contrastanti: conosce il bene e il male, la gioia e il dolore, le esperienze di comunione e i momenti di tensione, la speranza e le delusioni. Ciò che rimane, passato il tempo e superati gli episodi marginali, “ti fa ardere il cuore”. Ci rendiamo allora conto che siamo entrati in sintonia con la vita che ci circonda e si è accesa una fiamma per il bene e la verità che permangono sempre. La maggior parte degli eventi, però, restano comunque nel segreto di Dio. Quella luce mi permette di rivedere lo sguardo innocente dei bimbi, desiderosi di rassicurarti del loro amore. Nella loro vita leggi il canto gioioso della speranza, la voce supplichevole che invoca pace, la certezza che solo ai piccoli Dio rivela la grandezza del suo amore. Allora senti bussare al tuo cuore le parole di Gesù: “Se non diventerete piccoli come bambini non entrerete nel regno dei cieli”. Rivedo, ancora, il volto di tanti giovani, desiderosi di sincerità, di comprensione, di compagnia, per riuscire a dare il giusto orientamento all’energia prepotente del loro animo. E attendono fiduciosi. Allora ti assalgono tanti interrogativi: “Cerchi sinceramente la risposta da dare alle tante loro richieste? Ti preoccupi di offrire il vero cibo che nutre quei cuori, spesso condannati a restare digiuni? Non sono forse loro, i giovani, a consegnarti l’ardore e l’entusiasmo che ti porta a spingerti “fin lungo le siepi”? Allora perché ti chiudi e non ti lasci aiutare da quelle energie nascoste? Rivisito, poi, la vita di tante anime generose che nel silenzio hanno camminato seriamente nella via della santità. Desiderosi di piacere al Signore e di costruire quel regno che ha come legge l’amore, come condizione di vita la libertà, la giustizia e la pace restano in contatto costante con Dio e permangono nella carità. La presenza di queste anime che, in passato e oggi, vivono veramente secondo le richieste del Vangelo, l’ho sempre considerata uno “scherzo di Dio” o risposta divina alle continue notizie che presentano questa terra solo segnata dalla forza demolitrice del male. Mi consola il ricordo di tanti momenti di fraternità sacerdotale, vissuti nella serenità, anche se non è mancata la fatica per trovare insieme le scelte più adeguate per la crescita della fede di tutti. L’attenzione condivisa ha reso più motivato l’impegno pastorale e la comunione presbiterale. La testimonianza della donazione quotidiana e silenziosa di tanti sacerdoti, anche tra le inevitabili incomprensioni e ostilità, resta il tesoro edificante che illumina il cuore di speranza. Mi incanta, ancora, la pace interiore delle persone ammalate che ho visitato in questi anni, segnate da tanta sofferenza, ma sempre disposte a portare la croce con pazienza nel silenzio della loro solitudine, per tanti anni, senza perdere la fiducia in Dio. Da questa offerta trova certamente alimento e forza l’azione ministeriale e profetica della Chiesa. Penso anche all’impegno generoso e sincero delle Associazioni legate alla tradizione della Chiesa, al cammino dei Movimenti ecclesiali e di quanti vivono la nuova iniziazione cristiana della fede battesimale con le nuove forme riconosciute conformi alla tradizione. Il cuore mi arde al pensiero che molti fedeli desiderano ardentemente crescere nella loro fede. Per questo cercano di motivare le ragioni della loro speranza affrontando la fatica dello studio presso gli istituti teologici. Una Chiesa che cresce senza fare rumore, ma in profondità e nell’essenzialità, è come una roccia che dà sicurezza a ogni casa costruita su di essa. A questa Chiesa, a tutti i figli che vivono in essa, rivolgo l’invito a risplendere sempre con quella luce che il Signore non rifiuta mai di dare a quanti, con cuore libero e semplice, si aprono alla sua voce.
+ Pio Vigo, Arcivescovo di Monreale
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 Editoriale del Direttore

Maestro di fede ed educatore del popolo di Dio

Nel  rito dell’ordinazione episcopale, sulle spalle del nuovo vescovo viene posto il libro dei vangeli per indicare che egli, in forza del sacramento dell’ordine, è divenuto servo del Vangelo e ha il compito di annunziare la Parola “in ogni occasione opportuna e non opportuna”, di ammonire ed esortare “con ogni magnanimità e dottrina” (cfr 2 Tm 4,1).A questo dovere, certamente, non è venuto meno mons. Pio Vigo il quale, nelle omelie o nei ritiri predicati al clero, negl’incontri con i giovani in Cattedrale aperta o nella  Scuola di preghiera, è stato “maestro di fede” ed “educatore del popolo di Dio”. Ma anche con i suoi scritti è stato “araldo del Vangelo” e lo dimostrano i messaggi inviati alla Chiesa diocesana all’inizio dei tempi forti dell’anno liturgico o quelli ai sacerdoti  per il giovedì santo, o ai religiosi per la giornata della Vita consacrata, al mondo della scuola all’inizio di ogni anno  scolastico, alle famiglie nell’annuale giornata diocesana loro dedicata. Lo dimostrano soprattutto le linee pastorali che, all’inizio di ogni anno, puntualmente, hanno tracciato il cammino della Comunità diocesana. L’arcivescovo è venuto in diocesi nel luglio 1997. Già all’inizio del nuovo anno pastorale 1997/98, Anno dello Spirito Santo in preparazione al Giubileo del duemila, ha consegnato alla Chiesa diocesana le linee programmatiche Lo Spirito Santo, fuoco che illumina, rigenera, invia  in cui,  dopo avere richiamato l’attenzione sull’ azione dello Spirito nella chiesa e nel cuore dei fedeli, Lo indicava come il vero protagonista della nuova evangelizzazione, come Colui che “costruisce il regno di Dio nel corso della storia", “animando gli uomini nell’intimo e facendo germogliare all’interno del vissuto umano i semi della salvezza che avverrà alla fine dei tempi”. Esortava quindi le parrocchie a dare il giusto valore al sacramento della cresima e a potenziare l’impegno nella catechesi perché ogni battezzato prendesse coscienza delle sue responsabilità e mettesse a frutto i propri carismi e ministeri per la costruzione del regno di Dio.Tre grandi celebrazioni in cattedrale, hanno segnato i ritmi del cammino comunitario: all’inizio dell’anno pastorale, per la consegna del “Credo”, all’inizio della Quaresima, per la consegna del “Padre Nostro” e, alla la veglia di Pentecoste, per la consegna della “Luce”. Attesi dall’amore del Padre è stato il documento che ha guidato la Chiesa monrealese nell’ “Anno del Padre” (1998/99) In esso c’era l’invito a pensare alla vita cristiana “come un grande pellegrinaggio verso la casa del Padre” di cui si scopre l’amore incondizionato per ogni creatura umana, in particolare per il figlio perduto; questa meravigliosa scoperta conduce al sacramento della penitenza come luogo di conversione e di riconciliazione con Dio e con la Chiesa. In quella vigilia del grande Giubileo del 2000 il vescovo chiamava la comunità dei battezzati, in ogni sua componente, a diventare “Popolo in missione”.“Coraggio, alzati, ti chiama” (Mc10,29) erano le parole del Vangelo che annunziavano la missione. A scandire i tempi della missione era lo stesso Pastore. La presentazione del progetto al clero e alla chiesa diocesana, lo studio sul tema Missionarietà e ministerialità nella Chiesa, il momento di preghiera e l’elezione dei missionari nelle singole parrocchie, la preparazione degli operatori pastorali con le scuole di formazione nei diversi vicariati, la visita alle famiglie, sono stati tutti impegni che si sono susseguiti nella prima metà di quell’anno pastorale. Dopo la preparazione, all’inizio della quaresima l’apertura solenne della missione in cattedrale con la consegna della croce ai rappresentanti delle singole parrocchie, la celebrazione della missione e quindi, a conclusione di tutto, il Congresso eucaristico diocesano. L’anno pastorale 1999/2000 ha segnato l’inizio dell’Anno santo che mons. Vigo invitava  a celebrare guardando all’ “Eucaristia, cuore della speranza”  ed esortava  a “respirare l’abisso stupendo dell’infinito amore di Dio e noi chiamati a vivere in questa famiglia, come figli” e nell’Eucaristia indicava il nutrimento che permette di vivere da figli, alimentando la speranza e crescendo nella vita di comunione. Pertanto, bisogna dare il giusto posto al “giorno del Signore” e la celebrazione eucaristica deve diventare davvero il centro della vita di ogni comunità parrocchiale che da essa deve trarre l’energia necessaria per il cammino verso la santità. I grandi temi del Giubileo, la Porta santa, il Pellegrinaggio, l’Indulgenza sono stati vissuti attraverso i ritmi dei tempi liturgici. Le celebrazioni di apertura dell’Anno santo in cattedrale e dei giubilei delle varie categorie, sono stati dei momenti di grazia e di intensa vita ecclesiale. L’anno pastorale 2000/01 concludeva il grande Giubileo e pertanto bisognava raccoglierne i frutti. Mons. Vigo l’ha fatto indicando ai fedeli il sentiero della santità: “L’invito alla santità, come realtà concreta per rassomigliare al Figlio diletto, uomo nuovo", mi è parsa la voce più insistente che rimane dalla grazia avuta in abbondanza nell’anno giubilare… Scelti per essere santi e immacolati al suo cospetto sarà, quindi la parola che dovrà fare ardere il nostro cuore e la nostra fede”  Scelti e immacolati al suo cospetto è un documento che apre un nuovo cammino pastorale durante il quale l’evento sarà la Visita pastorale.Prendendo come icona la parabola di quell’uomo che diede una grande cena e, dopo il rifiuto dei primi invitati, manda il suo servo per le strade e lungo le siepi a chiamare quanti avesse incontrato, traccia alla Chiesa diocesana un percorso triennale: Pensare alla festa  (2000/01) per un itinerario di formazione e di preparazione; Allestire la cena  (2001/02) per riscoprire il senso della ministerialità, del servizio e della comunione nella Chiesa.; Fin lungo le siepi  (2002/03) che corrisponde al tempo della missione per “raggiungere chi è senza speranza”, chi si è allontanato,  per andare al “nuovo” con fiducia, con coraggio, con dedizione. I tre documenti sono attraversati da alcune idee di fondo. La necessità di una forte spiritualità che riparta da Cristo “da conoscere, amare, imitare per trasformare con Lui la storia” Solo infatti se fedeli al Signore sarà possibile costruire e custodire la Chiesa. La convinzione che nell’impegno pastorale le priorità devono essere “la parrocchia, con la sua vitalità, il suo modo di essere comunione di comunità e la famiglia, piccola chiesa, i valori e le realtà che in essa si vivono” .La consapevolezza del ruolo insostituibile dei laici la cui maturità bisogna promuovere perché assumano le loro responsabilità in seno alla Chiesa. L’urgenza di presentare una Chiesa in comunione dove tutto il popolo di Dio vive la propria ministerialità. La comunione è il nuovo volto della Chiesa.  Il bisogno di allargare l’orizzonte: “prendere il largo” nella ricerca di nuovo ardore, nuovi metodi, nuove espressioni che devono caratterizzare la “nuova evangelizzazione”. La missionarietà come nota essenziale della Chiesa e quindi l’apertura alla missione “ad gentes”, sino a spingere la nostra Arcidiocesi a dilatare il cuore per “abbracciare” quella porzione di terra del distretto missionario di Amborombotsy nella Diocesi di Ambositra, in Madagascar. Tutti gli scritti di mons. Vigo fanno continuo riferimento al magistero del S. Padre e ai documenti della CEI ; in essi si coglie l’ansia  del pastore che pasce il gregge di Dio che gli è stato affidato e lo sorveglia secondo Dio, di buon animo. (cfr I Pt 5,2).                                                             Don Antonino Dolce
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Profilo di S.E. Mons. Cataldo Naro

Monsignor Cataldo Naro è nato a san Cataldo, Diocesi di Caltanissetta, il 6 gennaio 1951. Ha compiuto gli studi umanistici nel Seminario di Caltanissetta e quelli di teologia nella Pontificia Facoltà dell'Italia Meridionale, a Napoli, Sezione San Luigi, conseguendo il baccellierato.
Ha frequentato la Pontificia Università Gregoriana laureandosi in Storia della Chiesa, ed ha partecipato al corso di Archivistica presso l'Archivio Segreto Vaticano conseguendo il relativo diploma. 
E' stato ordinato sacerdote il 29 giugno 1974 per il clero della diocesi di Caltanissetta. Ha svolto un intenso impegno pastorale nella sua diocesi di origine: nel 1977 venne incaricato di dirigere l'Archivio storico diocesano, ed assegnato come Vicario coadiutore a San Cataldo - dal 1977 al 1979; è stato prima Vice Assistente e poi Assistente diocesano della Compagnia di S. Angela Merici, dal 1978 al 1991, prima di essere nominato Vice-Assistente della Federazione delle Compagnie Mericiane.
Ha  insegnato  Storia e Filosofia presso il Liceo  del seminario di Caltanissetta e rettore della Chiesa di S. Giuseppe in San Cataldo, dal 1986-89 ha ricoperto l'incarico di Prefetto degli Studi dell'Istituto teologico Diocesano e dal 1989 al 1991, ha collaborato con il suo Vescovo nella preparazione e nello svolgimento del Sinodo diocesano, in qualità di Segretario del Sinodo. Ha pure tenuto corsi di Storia della Chiesa, Patristica, Archivistica, Storia dell'Arte Cristiana e Metodologia nell'Istituto Teologico diocesano di Caltanissetta.
Mons. Naro è ben conosciuto in Sicilia per la sua attività accademica, essendo stato Assistente incaricato di Storia della Chiesa presso l'Istituto teologico S. Giovanni Evangelista di Palermo - oggi Facoltà Teologica di Sicilia - dal 1978 al 1993 anno in cui divenne Professore, prima incaricato e poi ordinario della stessa materia. Nello stesso anno fu nominato Vice- Preside della facoltà teologica, incarico che ricoprì fino al 1996, allorché ne fu eletto Preside per due mandati consecutivi  La Conferenza Episcopale Italiana lo ha nominato consulente del Servizio nazionale per il progetto Culturale nonché del Consiglio d0'Amministrazione del quotidiano "Avvenire" e del Comitato scientifico delle Settimane Sociali.
Oltre a collaborare con i giornali "La Sicilia", "L'Osservatore Romano" e "Avvenire" - ha pubblicato studi aventi carattere prevalentemente storico e riguardanti la storia della Chiesa in Sicilia, tra i quali ricordiamo: Il movimento cattolico a Caltanissetta, Caltanissetta 1977; Spiritualità dell'azione e cattolicesimo sociale, Caltanissetta 1989; Chiesa e Società a Caltanissetta tra le due guerre,3 voll., Caltanissetta-Roma 1991; Preti sociali e pastori d'anime, Caltanissetta-Roma 1993.   E' molto nota anche la sua attività editoriale, dato che per un decennio, - dal 1977 al 1986 - ha collaborato alle Edizioni del Seminario di Caltanissetta ed è stato Direttore del "centro Studi Cammarata" di San Cataldo, dalla sua fondazione al 1984.  
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Dossier

Incontrare Gesù nei poveri.
E’ vivissima nel mio ricordo la vetrata della chiesa in cui sono stato battezzato e dove facevo il chierichetto da bambino: un soldato su di un cavallo bianco che, con la spada, tagliava il suo mantello per darlo ad un vecchio seminudo che gli tendeva la mano. La storia del cavaliere dell’esercito romano Martino di Tour che divide il suo mantello con un povero che poi sparisce per riapparire la notte e svelare la sua piena identità, mi é stata familiare fin da piccolo. Poi ho conosciuto san Francesco d’Assisi che comincia il suo Testamento con queste parole: “ Il Signore concesse a me, frate Francesco, d’incominciare così a fare penitenza, poiché, essendo io nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi; il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di anima e di corpo. E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo”. Col passare del tempo non mi é parsa più una cosa strana questa forza vitale nuova che nasceva dal momento in cui Martino e Francesco decidevano di togliere il povero dalla periferia per metterlo al centro del proprio cuore e delle proprie azioni, di fare di un casuale incrocio di strade l’occasione di un incontro decisivo per comprendere il piano di Dio. Non mi é parsa una cosa strana, perché l’esperienza di avvertire una nuova presenza di Cristo dopo aver accolto nel proprio cuore il grido, a volte silenzioso o confuso, del povero e aver fatto della propria vita una risposta a questo grido, per instaurare un dialogo tra fratelli, non é qualcosa riservato ad altri tempi o ad altri luoghi ma é quanto sentivo che capitava anche a me quando, oltre agli studi liceali, cominciavo a prendere coscienza del dramma che si consumava in una casa di riposo della città in cui studiavo che, forse per fare coraggio agli anziani o agli altri emarginati che entravano, si chiamava “Casa di Dio”. Donne che, dopo aver fatto incredibili sacrifici, ben scolpiti nella loro memoria, per far crescere a far studiare i loro figli, si ritrovavano abbandonate in un ospizio, piene di acciacchi per le fatiche e i disagi sopportati, ad aspettare la morte. Una di loro, con le gambe messe fuori uso da un’artrosi dovuta all’umidità assorbita nei miseri locali in cui aveva abitato, mi confessava la vergogna, oltre che il pericolo, che aveva provato quando, per dar da mangiare ai figli, visto che il marito ubriaco non ne era troppo preoccupato, andava a rubare il carbone della ferrovia; ed ora per lei non c’era più posto nelle case dei figli...non serviva più! Donne povere perché hanno dato tutto ai loro mariti, ai loro figli e ora si ritrovano sole a mendicare un po’ di affetto, un po’ di ascolto, una parola che renda meno duri gli ultimi giorni e ravvivi la speranza di una nuova stagione... Ho accolto, non senza esitazione, il loro invito che mi era parso troppo simile all’invito di Gesù, emarginato nella grotta di Betlemme e abbandonato sulla croce. Anch’io ho sentito che non solo quelle anziane trovavano un momento di sfogo e di serenità ma anche in me qualcosa cambiava, una nuova forza mi faceva muovere quei passi che poi mi hanno fatto arrivare fin qui a Pomerini in Tanzania, dandomi la gioia di poter condividere quella povertà di Gesù che arricchisce (2Cor 8,9). In una società dove si premia il più veloce e il più produttivo, dove s’incoronano le miss e i campioni dello sport, il povero o é relegato ai margini, o é strumentalizzato, come ben dimostra l’ipocrita interesse delle compagnie commerciali per i bisogni dei vecchi e dei bambini. Orrore isterico, freddo calcolo d’interessi o sterile romanticismo sono tra gli atteggiamenti più comuni che affiorano alla vista del povero, sia esso da solo, sdraiato su di una panchina alla stazione, o in gruppo su un barcone alla ricerca di una vita più umana, o sia una moltitudine che non riesce a trovare di che sfamarsi o di che curarsi anche per le più comuni malattie. Se non si può nascondere e ignorare, allora il povero viene avvertito come una minaccia (prova evidente é la sua assenza dai centri di potere e l’esercito schierato sulle coste per impedire “l’invasione” degli straccioni...) o come un debole che si può tentare di spremere in tutti i modi fino alla fine, senza paura di ritorsioni. Ma per fra Vincenzo, più che settantenne, povero perché ha lasciato tutto: casa, macchina, una buona pensione e soprattutto i suoi tre figli e nipoti, fino ad arrivare qui a Pomerini e incontrarsi con questi bambini poveri perché non hanno niente e con Claudia, ragazza povera perché le hanno tolto tutto lasciandola in una pazzia solitaria, é certamente l’occasione di vedere e toccare con mano l’orrenda opera del Diavolo e di chi lo serve ma, in Cristo, é soprattutto scoprire e sperimentare insieme nuovi e più profondi legami di fraternità; è sentire con evidente chiarezza il suo appello e dare una risposta concreta nella propria storia personale; é ringiovanire nel compiere dei passi avanti in quel cammino di liberazione che insieme a Gesù porta alla vera vita. Contemplare il volto di Cristo in Renato, ridotto a pelle e ossa, buttato su di una stuoia all’ombra delle stoppie di granoturco, in bibi Doni che, dopo aver già venduto tutto il poco che aveva, viene a chiedere un prestito per poter continuare a curare il figlio, in Stelina abilmente sedotta ed ora lasciata sola con un bambino, nei 74 orfani di padre e di madre che ci sono nel nostro piccolo villaggio, senza lasciarsi annebbiare la vista dalle debolezze e difetti di cui sono ricchi anche i poveri, é la garanzia che la contemplazione del volto di Cristo che facciamo durante i tempi della preghiera personale e nella Liturgia non é stata un’evasione o un’alienazione, ma una vera immersione in quell’Amore che purifica lo sguardo e allarga il cuore per farlo capace di gioire di tutto quanto c’é di buono e di bello e per renderlo pronto e creativo nella misericordia (miseri- cor- dare).Fra Paolo, F.m.r., missionario a Pomerini, in Tanzania
Fra Paolo, dei f.m.r.S., missionario  a Pomerini, in Tanzania
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