il iv convegno della chiesa italiana

di don Antonino Dolce


Momento di grazia per la nostra Chiesa diocesana? Dopo una preparazione che ormai dura da parecchio tempo, la Chiesa italiana nell’ottobre prossimo, a Verona, celebra il 4° Convegno delle Chiese il cui tema è: Testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo.
La comunità ecclesiale del nostro Paese non è nuova a questa esperienza. Roma (1976), Loreto (1985), Palermo (1995) sono tappe diverse di un con-venire che è diventato ormai stile “per un esame di coscienza corale e comunitario su come essere chiesa e su come testimoniare il Vangelo in questo momento storico”(Paola Bignardi).Come più volte ha osservato il card. Ruini, i mutamenti del mondo di oggi sono inarrestabili, ma ciò non significa che non si possano orientare. D’altra parte, il Progetto culturale che la Chiesa italiana da diversi anni sta portando avanti è proprio “un processo teso a far emergere il contenuto culturale dell’evangelizzazione, anche quale apporto qualificato dei cattolici alla vita del Paese”(CEI, Proget-to culturale orientato in senso cristiano,n.2). Il titolo del convegno riassume tre temi fondamentali:la testimonianza, il Risorto,la speranza.
La testimonianza, mira a far “vedere” il Risorto e a suscitare negli altri il desiderio di farsi suoi discepoli. E’ in Gesù Risorto che gli uomini di oggi possono trovare “la novità” capace di ap-pagare le attese più profonde del loro cuore. Il suo vangelo è il Vangelo della speranza. E proprio nella speranza “si incontrano il Risorto e gli uomini, la sua vita e il loro desiderio”. (CEI,Testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo, n.1).
Mio intento non è approfondire il senso di questo evento o di capire le ragioni del tema scel-to, ma semplicemente quello di leggere sullo sfondo delle tematiche del convegno alcuni punti dell’ultima lettera pastorale “Amiamo la nostra Chiesa”, con la quale il nostro Arcivescovo porge a tutti “un invito cordiale ad amare la nostra Chiesa diocesana”, ad alimentare “il desiderio di appar-tenerle in maniera sempre più vera” e a “contribuire alla sua costruzione in maniera sempre più gioiosa e convinta”(C.NARO, Amiamo la nostra Chiesa,p.10). Tra i motivi che il Pastore della comunità monrealese indica per cui la nostra Chiesa merita di essere amata, ne voglio mettere in evidenza due:
 - “La presenza salvatrice del Signore Risorto”.
E’ attorno a Cristo Risorto che la comunità diventa Chiesa-comunione, cioè comunità co-struita sull’amore. Espressione di amore alla Chiesa diocesana è porre segni di unità. L’unità, però, è frutto dello Spirito. Pertanto, “quel che ci si richiede è semplicemente di non opporre resistenza all’azione dello Spirito in noi e nelle nostre comunità e, quindi, di assecondare fedelmente la sua opera di pace e di concordia”. (Ib,p.49) Dinanzi alla frammentazione in cui si vive in tanti paesi del-la nostra arcidiocesi e alla persistenza di “risentimenti e animosità” l’amore a questa Chiesa esige la “capacità di perdono e di superamento di ogni risentimento per guardare con speranza al futuro che il Signore prepara per noi ed accogliere con animo libero i compiti che Egli ci affida”. (Ib,p.53)
- La presenza di tante figure di santità.
Lungo il corso dei secoli l’opera della Grazia ha suscitato nel nostro popolo uomini e donne che hanno raggiunto la “misura alta” della vita cristiana. Essi “durante la loro vita terrena hanno amato la nostra Chiesa locale e per essa hanno lavorato e sofferto” (Ib, p.26). Lasciarsi contagiare dal loro amore alla Chiesa, porterà non solo ad “imitarle nel loro servizio ecclesiale e generoso ed anche intelligentemente intraprendente, ma gradualmente finiremo per vivere anche il loro stesso sentimento di appartenenza alla Chiesa sino ad identificarci in essa”(Ib, p.27), a farcene carico sentendola interamente nostra, e vivendo la solidarietà con tutti i suoi membri. Tutto ciò potrà av-venire solo se viviamo la nostra unione con Gesù Risorto e partecipiamo alla sua vita divina. Dall’amore alla Chiesa scaturisce il servizio alla Chiesa. E si “può lavorare nella vigna del Signore secondo una molteplicità di modi: primariamente la preghiera ogni giorno; e poi l’esercizio del proprio lavoro ordinario, il fedele compimento del proprio dovere, l’esperienza della propria sofferenza fisica o morale; ed, anche, in risposta ad una chiamata che ci viene dal Signore, il servi-zio alla nostra parrocchia o in alcuni particolari compiti ecclesiali o, pure, in iniziative culturali o sociali o assistenziali o di qualunque tipo e, più in generale, l’impegno per una società più giusta. In unione al Signore tutto diventa lavoro per Lui, collaborazione alla sua missione di salvezza”(Ib, p.35). Non significa questo essere testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo ? Per la nostra Chiesa locale il convegno di Verona potrebbe essere l’occasione per un salto di qualità. Sapremo viverlo questo evento come un momento particolare di Grazia ?

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