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Febbraio-
Marzo

2003

Editoriale del Vescovo

Editoriale del Direttore

La voce del Seminario

Guardini a Monreale

Dagli Uffici Diocesani

Inserto di Approfondimento:
Il discorso della Chiesa sulla Pace nel Novecento

Parrocchie e movimenti

Calendario

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 




 

 

 




 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  Editoriale dell'Arcivescovo

Il giorno che non conosce tramonto

Mi si chiede un articolo per «Giorno Otto», un primo articolo. Mi lascio condurre dalla suggestione del nome del nostro periodico. È un nome che allude all’ottavo giorno che è la domenica, il giorno del Signore, che – a sua volta – è la celebrazione settimanale della Pasqua, del giorno della resurrezione di Gesù. Qual è il significato dell’ottavo giorno che è la Pasqua ed è ogni domenica? Il racconto, nel Vangelo di Giovanni, di una delle apparizioni del Cristo risorto, la prima ai discepoli nel cenacolo, comincia così: «La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato». È un modo strano di chiamare il giorno della risurrezione di Gesù: «il primo dopo il sabato»; quasi a dire che quel giorno è il primo dopo l'ultimo, il primo dopo la fine della settimana, di una settimana che conclude il tempo, oltre la quale non c'è altro tempo. E, difatti, i primi cristiani chiamavano quel giorno precisamente l'ottavo giorno, l’ultimo, quello che non conosce tramonto. Il Cristo risorto inaugura un giorno che non finisce. Non c'è una nuova settimana. C'è l'ottavo giorno. Era questo uno temi più ricorrenti e più importanti del cristianesimo primitivo. Come ricordavo all’inizio, la domenica continua ad essere, nella liturgia cristiana, la celebrazione del giorno della risurrezione di Cristo che segna la fine del tempo e l'inizio di una nuova creazione. Il tempo però per noi continua a scorrere. Ma è un tempo che prolunga la notte alla fine della quale c'è l'alba del giorno senza tramonto. Il cristianesimo è attesa della definitiva manifestazione del Risorto, della sua seconda venuta. Fin d'ora, però, con il dono del suo Spirito, egli rende gli uomini partecipi della nuova creazione. Nell'oscurità della notte che prolunga il tempo possiamo fare esperienza di questa nuova creazione solo nella fede. Con il linguaggio della tradizione cristiana si può dire che ciò che ora, nella notte, è sperimentato nella fede sarà alla fine, nel giorno, conosciuto nella visione; ciò che ora, nel cammino, è solamente pregustato sarà poi, nella patria, pienamente posseduto. Ma ciò che il cristiano crede ora non è diverso da ciò che vedrà poi: è la stessa Presenza del Risorto. Tutti i credenti possono fin d'ora fare l'esperienza di quella gioia che, secondo il racconto dei Vangeli, il Risorto donò ai discepoli assieme al suo Spirito; la gioia che deriva dal sapersi abitati dalla Divina Presenza, dal conoscere di possedere il germe della risurrezione. I credenti non sono sottratti alla tristezza della notte ma possono pregustare la gioia del giorno. Vivono nella storia l’esperienza della comunione col Risorto. Sono – secondo un antico testo del secondo secolo, l’A Diogneto – «cittadini del cielo» proprio mentre abitano la città degli uomini. Non so cosa possono dire queste parole che attingo alla tradizione cristiana a quanti le stanno leggendo. Forse sembrano terribilmente alte e, quindi lontane e difficili da comprendere. È impressionante quanto sia indebolita la memoria cristiana nel nostro tempo ed anche nella nostra terra che pure ha una storia che, per grande parte, è stata influenzata dall'annunzio cristiano. Non è certo cessato il desiderio di Dio. E, come ci dicono le più recenti indagini di sociologia della religione, non è venuto meno neanche il legame dell'appartenenza ecclesiale. Non c'è un rifiuto aperto del messaggio della Chiesa. Ma le parole della tradizione cristiana sembrano correre senza significato, non più accolte da un'attenzione e da una comprensione che hanno bisogno di essere formate e sostenute da una adeguata cura della fede, che è il compito proprio della comunità ecclesiale verso i suoi membri. Eppure è questa memoria cristiana che, nelle città e nei paesi della nostra arcidiocesi, alimenta la speranza di tanti, non foss'altro perché in tanti ci richiamiamo ad essa e ci riconosciamo in essa. La risurrezione di Cristo è il gesto di Dio ma è anche il fondamento per un cammino umano. Nella fede del Risorto i cristiani camminano nel tempo testimoni di una speranza che è per tutta l'umanità, portatori di un fermento che è destinato a tutto mutare. Questo cammino è compiuto nella notte. La storia, la nostra concreta storia, ci appare spesso come una notte che non offre spiragli di luce. Sarebbe troppo facile elencare gli episodi che ci fanno sperimentare l'oscurità della storia. Viviamo, in questi giorni, l’ansia per la sciagura della guerra minacciata nell’Iraq. E basta guardare vicino: nelle strade dei nostri pesi e nelle nostre case, tra i disagi di tante fasce della nostra società e le sofferenze di tante persone e famiglie. Ma quanto più coloro che si richiamano alla memoria cristiana riattingeranno le ragioni della loro fede, tanto più saranno in grado di porre segni della nuova creazione, cioè frutti buoni di vita cristiana, e così dare a tutti, anche non credenti, motivi di speranza.  

S.E. Mons. Cataldo Naro
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 Editoriale del Direttore

Vangelo di Pace

Nell’attuale crisi che la comunità internazionale sta vivendo la riflessione sul tema della pace si è fatta più vasta e profonda. Anche Giorno Otto, con questo numero, vuole contribuire all’approfondimento del tema, non per spirito di emulazione, ma per dare un piccolo contributo nel “costruire” la pace. La pace non si improvvisa, ma è come un edificio da costruirsi con “ impegno permanente” da parte di tutti gli uomini di buona volontà. Con amarezza bisogna constatare come tutti parlino di pace, ma quelli che si impegnano a promuoverla sono pochi. Gli stessi mezzi della comunicazione sociale, talvolta, operano in direzione una persuasione occulta sulla bontà di una guerra ipocritamente chiamata “preventiva”, quasi che “la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia” (Pacem in Terris) Ad avallare tesi di una guerra giusta, si aggiunge persino la voce di qualche autorevole teologo.La Chiesa in questa opera di educazione alla pace deve essere in prima linea. La missione infatti che il “Principe della pace” (Is 9,5 ) le ha affidato è quella di indicare agli uomini “la via della pace” (Lc 1,79) attraverso l’annunzio del “Vangelo di pace” (Ef 6,4) La pace è il dono che Gesù risorto le ha consegnato la sera di Pasqua mentre mostrava le ferite dei chiodi e del costato quasi ad indicarne il prezzo. Essa, però, sa bene che la pace di Cristo è diversa da quella del mondo “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la da il mondo io la do a voi” (Gv 14,27) ; la pace del mondo “si riduce ad un’assenza di guerra, frutto dell’equilibrio sempre precario delle forze” (Populorum Progressio), quella del Risorto trova il suo fondamento nella riconciliazione dell’uomo con Dio. Appunto perché dono, la Chiesa sa che la pace bisogna implorarla con fede e per questo prega “perché tutti gli uomini cerchino sempre l’unità nell’armonia e abbattuti gli orgogli di razza e di cultura la terra diventi una sola famiglia” (Liturgia di Pentecoste) e ogni giorno offre il Sacrificio Eucaristico che purifica dal male e “compie le nostre aspirazioni di giustizia e di pace” (Liturgia del tempo di natale). Inoltre, la Chiesa invita tutti ad accogliere la beatitudine proclamata da Gesù: “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio” (Mt 5,9) e a lottare seriamente per l’instaurazione di un ordine fondato sulla giustizia, la verità, l’amore e la libertà; consapevole che il “nuovo nome della pace” è lo sviluppo, si fa promotrice di quell’“umanesimo plenario” che porta allo “ sviluppo di tutto l’uomo e di tutti gli uomini” (PP 42) e con spirito di servizio collabora nel realizzare i progetti di pace dell’intera umanità; fiduciosa che gli uomini sono in grado, se lo vogliono, di costruire un mondo nuovo capace di garantire a tutti una vita dignitosa, afferma che “Tutto può cambiare. Dipende da ciascuno di noi. Ognuno può sviluppare in se stesso il proprio potenziale di fede, di probità, di rispetto altrui, di dedizione al servizio degli altri” (Giovanni Paolo II).
  Don Antonino Dolce
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Guardini a Monreale

Romano Guardini, teologo e filosofo della religione, nato a Verona nel 1885 e morto a Monaco di Baviera nel 1968, trascorse tutta la sua vita in Germania, dove fin dalla primissima infanzia si era trasferito insieme alla sua famiglia. Dopo essere stato ordinato prete, nel 1924 iniziò la sua carriera di professore universitario, assumendo la cattedra di christliche Weltanschauung all’Università di Berlino. Nei lunghi anni della sua docenza propose agli studenti e agli uditori delle sue lezioni una «visione del mondo» cristianamente ispirata. Cioè un’interpretazione della storia, della cultura e dell’esistenza umana, elaborata mediante una particolare chiave di lettura: la Parola di Dio. Il mondo, quindi, conosciuto sub luce evangelii, per usare un’efficace espressione del concilio Vaticano II (Gaudium et spes, 46).Guardini ebbe una comprensione creaturale del mondo. Questo, cioè, diventa pienamente e veramente intelligibile se viene messo in relazione al suo Creatore. Si tratta di un procedimento di tipo analogico, che valorizza la somiglianza che c’è tra le creature e Colui che le ha poste in essere. Tuttavia non si tratta semplicemente dell’analogia entis, che già i teologi medievali avevano usato per conoscere l’esistenza di Dio e dei suoi attributi a partire dell’esistenza del mondo. 
Piuttosto Guardini giunse ad invertire l’analogia: si tratta non più di dimostrare Dio a partire dal basso, dal mondo, ma di dimostrare la realtà del mondo, di spiegarsi la sua esistenza a partire da Dio, dall’alto. E siccome il mondo, nella sua creaturalità, è «affine» al suo Creatore, per essere compreso nella sua verità deve essere ri-conosciuto, quasi rintracciato e ritrovato, nel suo «archetipo», cioè in Dio stesso. Solo chi conosce Dio può veramente conoscere l’uomo, scrisse con insistenza Guardini. Perciò l’uomo e il suo mondo diventano visibili quando sono visti nella luce di Dio, quando sono colti nell’orizzonte dell’autorivelazione divina. Ecco perché il teologo si deve mettere in cerca non soltanto delle orme di Dio nel mondo, ma anche delle tracce del mondo nella rivelazione di Dio. La quale, in questa prospettiva, allarga i suoi confini oltre le sue espressioni bibliche e si propone continuamente all’uomo di tutti i tempi, in ogni espressione bella e buona della stessa storia umana, se è vero che l’uomo esprime – nel suo esistere secondo l’Icona di Dio – il dirsi di Dio.Difatti la creaturalità dell’uomo implica anche la sua creatività, riflesso ed eco della potenza creatrice di Dio. Da qui i numerosi libri in cui Guardini interpretò teologicamente non soltanto teologi come Agostino d’Ippona o Bonaventura da Bagnoreggio e filosofi come Platone o Pascal o Nietzsche, ma anche letterati come Dante Alighieri, Hölderlin, Rilke, Dostojevski. E, inoltre, le tante espressioni della creatività umana, testimoniate in altri tipi di produzione artistica, non ultime le arti visive che, nella loro sacralità, a volte soltanto implicita e apparentemente inevidente, rappresentano una finestra socchiusa sul mistero di Dio, uno spiraglio da cui ci raggiunge quella luce indispensabile per farci acquistare consapevolezza della nostra somiglianza con Dio e, dunque, della nostra altissima dignità.
In questo suo tentativo di interpretare teologicamente l’arte e, più in generale, la storia delle culture, Guardini incluse anche la Sicilia, crocevia di antiche civiltà. Nel 1929, infatti, egli fece un lungo giro turistico dell’Isola, alla maniera dei grandi viaggiatori stranieri del Settecento e dell’Ottocento. 
Di quel viaggio in Sicilia scrisse un diario, che pubblicò in Germania sulla rivista – da lui fondata e diretta – «Die Schildgenossen», la stessa in cui qualche anno prima aveva pubblicato le sue famose Lettere dal lago di Como, anch’esse resoconto delle sue annuali vacanze italiane.Tra le pagine del suo Reise nach Sizilien una, particolarmente bella e suggestiva, è dedicata al Duomo di Monreale. Guardini vi si recò dopo che aveva già visitato i sacrari della memoria greca, a Siracusa, Agrigento, Segesta e Selinunte. Vi giunse nel pomeriggio del giovedì santo, mentre vi si stava svolgendo la celebrazione liturgica in coena Domini, e vi ritornò il sabato santo, per la messa pasquale. 
E perciò ebbe la provvidenziale opportunità di vederne lo splendore artistico non nella sua immobilità e intangibilità museale – come di solito accade al turista che vi si reca semplicemente come tale – bensì rivitalizzato dall’azione liturgica alla quale, sin dalla sua costruzione, era stato destinato. 
Guardini, dunque, non si limitò a visitare il Duomo di Monreale. Più radicalmente: lo visse, ne fece esperienza. Percependolo non come cornice materiale ma come parte integrante di un mistero vivente, in cui – per il suo carattere metastorico – ugualmente sono coinvolti gli uomini di oggi insieme a quelli che li hanno preceduti ieri e che hanno loro tramandato il testimone della fede. I profeti biblici e i santi raffigurati negli immensi mosaici monrealesi sembrarono animarsi agli occhi di Guardini, risvegliati dal fruscio dei paramenti sacri e dai canti dell’assemblea, coinvolti nei ritmi della celebrazione, aggregati alla preghiera del vescovo e dei suoi assistenti. Ma, soprattutto, interpellati dallo sguardo dei fedeli, sguardo di contemplazione attraverso cui il mistero si lasciava raggiungere e si rendeva di nuovo presente. Ciò che colpì maggiormente Guardini, secondo la sua stessa testimonianza, fu appunto lo sguardo orante della gente riunita dentro il Duomo. «Tutti vivevano nello sguardo» (Alle lebten im Blick), tutti erano protesi a contemplare, scrive affascinato Guardini, intuendo il valore metafisico di quel contemplare: quegli uomini e quelle donne, vivono – più assolutamente: sono – in quanto guardano, vivono e sono perché spalancano i loro occhi sul mistero.Il Duomo di Monreale, per Guardini, fu tutto questo: la chiesa stessa, con le sue arcate, le sue colonne, i suoi mosaici, ma anche la celebrazione liturgica in essa e la gente che vi partecipava. La bellezza interiore e perciò non appariscente del cristianesimo pure apparve a Guardini in tutta la sua ricchezza di forme e di colori, ingenerando in lui uno stupore finalmente pari, e anzi più forte, rispetto a quello provato al cospetto dei templi greci. Nel Duomo Guardini incontrò, quasi fisicamente, la storia del cristianesimo, il suo cammino plurisecolare, i tesori della sua cultura. Ma – come comprese bene Guardini – questa storia, pur nella sua possenza, non irretisce chi da essa vuole innalzarsi al suo principio e al suo fine. Un «desiderio di trascendenza» attraversa il Duomo, annotò suggestivamente Guardini. Ed è per questo che alla memoria storica, che in esso è custodita, subentra poi «qualcosa di totalmente Altro»: etwas ganz Andere, scrisse Guardini, esprimendosi con le stesse parole, rispettosamente apofatiche, che altri grandi teologi tedeschi suoi contemporanei, come Barth e Tillich, hanno usato per dire «Dio». L’esperienza fatta a Monreale toccò profondamente Guardini, a tal punto da essere ricordata ancora in altri suoi scritti. 

Don Massimo Naro

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Dossier

Il discorso della Chiesa sulla Pace nel Novecento

Sono grato alla Presidenza diocesana dell'Azione cattolica e all'Ufficio diocesano per la cultura e l'impegno sociale e politico dell'invito rivoltomi a tenere questa conversazione a conclusione del Mese della pace. È per me un'opportunità. Non solo di incontrare tanti e parlare loro, ma anche di tornare a riflettere su un tema che mi ha sempre particolarmente interessato, perché ritengo che esso, nell'età contemporanea, sia divenuto davvero centrale per l'umanità ed anche per la Chiesa e per l'esercizio della sua missione; un tema che perciò usavo ogni anno trattare nelle lezioni di Storia della Chiesa in età contemporanea che tenevo nella Facoltà teologica di Sicilia a Palermo, un corso che - come sanno quanti tra voi ho avuto studenti nella Facoltà - avevo voluto conservare anche negli anni in cui sono stato preside.
Ovviamente, questa sera non si tratta di tenere una lezione accademica, ma di proporre una riflessione che si saldi con le nostre attese di pace e le nostre preoccupazioni di oggi, ed anche con la preghiera che ci è stata richiesta con particolare insistenza da Giovanni Paolo II. Una riflessione dunque, che aiuti a cogliere come l'invito che viene da Giovanni Paolo II a mettere in atto ogni mezzo che impedisca la guerra e la sua richiesta ai credenti di pregare perché ciò avvenga si collocano nel solco di una valutazione sempre più critica della guerra quale strumento di soluzione delle controversie tra gli Stati che la Chiesa cattolica, principalmente nel suo vertice, il papa di Roma, è venuta maturando lungo il Novecento, il secolo da poco tramontato.
Una valutazione che ha mutato molto l'atteggiamento della stessa Chiesa verso la guerra nei secoli passati e che si è espressa non solo nell'insegnamento pubblico e solenne delle encicliche ma anche in una molteplicità di modi, comprese le dichiarazioni e i discorsi prima delle guerre per evitarle o durante le guerre per invitare a interromperle, e ancora, più di recente, con i messaggi dell'inizio dell'anno e altre esortazioni in circostanze particolari, come ad esempio il saluto al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, e, dunque, attraverso un discorso ampio e articolato sulla guerra e sulla pace, cioè attraverso una riflessione che si sviluppa e cresce in interventi diversificati, precisandosi e approfondendosi sempre più, e che si fa anche proposta all'interno e all'esterno della Chiesa, sollecitazione a tutti gli uomini di buona volontà ad un ripensamento, suggerimento per una ulteriore e più corale riflessione sulla base dell'ispirazione cristiana ma anche semplicemente sulla base della ragione umana.

La pace: via dell'evangelizzazione
Ripercorrendo l'insieme di questi interventi dei papi del Novecento sulla guerra e sulla pace, si ha l'impressione che la Chiesa cattolica abbia individuato nel secolo appena trascorso nella ricerca e promozione della pace uno dei suoi principali compiti, una dimensione nuova ed importante dell'esercizio della sua missione evangelizzatrice. C'è stato un approfondimento e una crescita della coscienza della Chiesa circa questo suo compito nuovo che ora viene considerato sempre più come intimamente legato all'annuncio del Vangelo.
La ricerca della pace è venuta apparendo sempre più come un aspetto essenziale del dialogo della Chiesa con gli uomini del nostro tempo, un importante banco di prova della testimonianza di carità che la Chiesa ha da dare al mondo, un contenuto non secondario dello stesso annunzio cristiano. E sempre più è venuta ampliandosi nella Chiesa la consapevolezza che questa ricerca e questa testimonianza non possono essere del solo papa, della sola Santa Sede, ma devono coinvolgere le diverse componenti ecclesiali, che devono farsi portatrici, per la loro parte e nel proprio ambiente, del discorso sulla pace. Si può dire oggi che c'è nella Chiesa una diffusa coscienza che la guerra è un male che bisogna cercare di evitare in tutti i modi e che non la si può considerare affatto come qualcosa di inevitabile e men che meno di auspicabile o anche solo normale nel rapporto tra gli Stati e i popoli.

Le tante articolazioni del discorso sulla pace
Per questa via è apparso sempre più chiaro che il discorso sulla pace ha delle importanti implicazioni a livello delle singole persone, delle famiglie, dei gruppi. La guerra nasce dall'accumulo del risentimento, dall'esplosione della violenza.
C'è una dimensione quotidiana del rifiuto della guerra che dev’essere perseguita con la ricerca umile e costante della pace nelle relazioni tra le persone e all'interno degli ambienti ordinari di lavoro e di convivenza, sulla scorta delle esigenti parole di Gesù nel Vangelo: «Avete inteso che fu detto agli antichi: non uccidere … Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio».
Nella diffusa coscienza credente è venuta sempre più imponendosi, lungo il Novecento, anche la convinzione che la ricerca della pace è legata alla preghiera, alla forza debole del cristiano che è appunto la sua preghiera col Cristo e nel Cristo: «Se due o tre di voi si accorderanno per chiedere qualcosa al Padre nel mio nome, l'otterranno».
Progressivamente la pace è diventata un contenuto ricorrente della preghiera dei cristiani, a cominciare dalle ordinarie liturgie domenicali. E, come indicano le iniziative di Giovanni Paolo II, a partire dalla riunione tra i laeders di numerose religioni ad Assisi nel 1986, anche il dialogo interreligioso promosso dalla Chiesa cattolica è venuto collocandosi lungo il binario della preghiera per la pace.
E sempre più chiaro è apparso anche il nesso tra guerra e povertà e, al contrario, tra pace e progresso. È il significato del solenne binomio: giustizia e pace. Laddove c'è miseria diffusa, si prepara la guerra. E laddove c'è la guerra, c'è povertà. La povertà è madre e figlia della guerra. Accettare l'esistenza oggi, nel mondo, di vaste aree di povertà endemica, significa rassegnarsi all'idea dello scoppio più o meno immediato della guerra, anche se vero che le guerre possono nascere anche dalla ricchezza, possono essere prodotte dall'esigenza di difendere ed ampliare gli spazi di un potere economico.
Oggi - all'inizio del nuovo secolo e del nuovo millennio - il discorso della Chiesa sulla pace ha queste ed altre importanti sfaccettature, presenta una grande articolazione di temi, si colloca a diversi livelli di consapevolezza, agisce su piani diversi che vanno dalla diplomazia della Santa Sede agli aiuti di una parrocchia dell'Occidente ad un'altra parrocchia gemellata del Terzo Mondo.
Ma perché questo maturasse è stato necessario tutto un cammino in cui hanno avuto grande importanza le indicazioni dei papi, l'insegnamento delle encicliche, le suggestioni dei messaggi papali del primo dell'anno. Per una Chiesa come quella cattolica, in cui il papa ha un ruolo decisivo, la spinta che è venuta da Roma è stata fondamentale.La guerra nel giudizio dei Papi del Novecento
Cominciò Benedetto XV, durante la prima guerra mondiale, col definire la guerra «inutile strage», scontentando non solo i governi delle potenze in conflitto ma anche grosse componenti della Chiesa del tempo che non comprendevano un giudizio tanto radicalmente negativo e che stroncava alla radice le giustificazioni nazionaliste che le parti in causa davano del loro impegno bellico. Quella definizione della guerra fu data dal papa nell'agosto 1917, nel momento di maggiore stallo della guerra in corso, e i governi e una buona parte dell'opinione pubblica dell'Europa la interpretò come un incentivo al disfattismo, uno stimolo alla diserzione dei militari al fronte. Un predicatore nella cattedrale di Parigi si rivolse platealmente al papa proclamando che su quel punto non lo si poteva seguire.
E fu poi il successore Pio XI, mentre l'Europa si preparava al secondo conflitto mondiale, a dichiarare tutta la sua avversione alla guerra, invocando Dio, con le parole del salmo, a disperdere coloro che vogliono la guerra. Pio XII, poi, nel 1939, alla vigilia della seconda guerra mondiale, lanciò l’appello. «Tutto è perduto con la guerra, niente è perduto con la pace».
E negli anni Sessanta pochi mesi dopo il superamento della crisi di Cuba e due anni dopo l'erezione del muro di Berlino, Giovanni XXIII pubblicò l'enciclica Pacem in terris con cui diceva forte la sua convinzione che la pace non è impossibile. Paolo VI, da parte sua, nel suo magistero insistette molto sulla pace come condizione di ogni possibilità di sviluppo. Lo sviluppo era, per lui, il nuovo nome della pace. E fu lui a istituire l'uso del messaggio papale per la pace all'inizio di ogni anno.
E, infine, alla vigilia della guerra del Golfo, nel 1989, Giovanni Paolo II ha parlato della guerra come di «avventura senza ritorno». Una definizione molto critica. Ed oggi non manca di mettere sull'avviso sulle conseguenze negative del conflitto che si prepara in Medio Oriente. Nel discorso dello scorso 13 gennaio al corpo diplomatico ha definito la guerra una « sconfitta dell'umanità».
C'è, dunque, una evidente continuità nella valutazione della guerra da parte dei papi del Novecento. Per lo storico si pone la questione dell'individuazione dei motivi che hanno spinto la Chiesa del Novecento a un giudizio sulla guerra che si distacca da quello dei secoli precedenti e che finisce per superare gradualmente, almeno di fatto, o comunque innovare profondamente lo stesso concetto di guerra giusta che era nella tradizionale dottrina morale cattolica.Il nuovo volto della guerra nel Novecento
Indubbiamente un primo motivo si può scorgere nella constatazione del carattere altamente distruttivo assunto dalla guerra nell'età contemporanea. La guerra si avvale lungo il Novecento di armi sempre più dotate di un potenziale di danno alle persone e alle cose davvero inimmaginabile nei secoli precedenti.
Con la scoperta e poi l'uso della bomba atomica ed anche delle potentissime armi chimiche, la guerra ha finito col configurarsi come possibile apocalissi dell'umanità o, comunque, come rischio di radicale sovvertimento dell'ecosistema della terra.
Ma anche le cosiddette armi convenzionali, non atomiche e non chimiche, hanno raggiunto un livello tale di distruttività da far pensare alla guerra come qualcosa di assolutamente negativo e da evitare in ogni caso.
Ed accanto alla nuova e prima inimmaginabile potenza distruttiva delle armi, c'è il carattere di totalità che la guerra ha assunto lungo il Novecento, a partire dalla prima guerra mondiale. Guerra moderna significa guerra totale, in cui cioè cessa la distinzione tra il fronte e il resto del Paese in guerra e in cui i civili non possono sottrarsi alle conseguenze della guerra.
La guerra non è più ristretta alle truppe, non riguarda i soli soldati combattenti. Anche nei secoli precedenti, del resto, le popolazioni civili erano state coinvolte nella guerra. Ma prima questo avveniva nel cosiddetto teatro di guerra, laddove cioè avvenivano i combattimenti.
Ora avviene come un fatto normale e generalizzato. È tutta la nazione in guerra. È tutta la nazione a caricarsi dello sforzo bellico. Non restano spazi di vita civile non coinvolti in tale sforzo. Ed è tutta la nazione a subire le conseguenze della guerra. E - cosa non secondaria per la Chiesa - guerra totale significa anche una certa mistica della guerra, un'esaltazione collettiva circa le proprie buone ragioni, una sorta di religione della guerra o, comunque, della nazione in guerra.
La Chiesa non può non guardare con estrema diffidenza e preoccupazione al carattere totalitario della guerra in età contemporanea. Carattere totalitario che è derivato anche dalla dimensione ideologica che ha finito col caratterizzare le guerre del Novecento. Non si combatte, come era nei secoli passati, solo per questo o quel territorio da conquistare, ma anche e principalmente per far prevalere la propria visione dell'uomo, dello Stato, dei rapporti internazionali, il proprio sistema di valori contro quello dell'avversario. Tutto ciò ha finito col radicalizzare lo scontro bellico, col porre come suo fine la distruzione totale dell'avversario, la sua resa senza condizione, la sua sparizione dalla faccia della terra.
E guerra moderna significa anche guerra mondiale. E in un certo senso e di fatto, la guerra è mondiale non solo quando coinvolge apertamente un gran numero di Stati di quasi tutti i continenti, come è accaduto nella prima e nella seconda guerra mondiale, quella del 1914-18 e l'altra del 1939-45, ma anche quando è localizzata in una sola area geografica e coinvolge apertamente solo due Stati, perché anche in questo caso sono implicate, più o meno apertamente, altre potenze di altre aree. È questa l'esperienza di tutto il Novecento, nella cui seconda metà la Guerra fredda tra i due blocchi - occidentale-atlantico e orientale-comunista - è stato il quadro e la radice di un gran numero di guerre locali.
E ora, all'inizio del nuovo secolo, si è aggiunta l'esperienza di una guerra - quella provocata dal terrorismo dotato di potenti mezzi di distruzione - in cui non ci sono formalmente degli Stati che dichiarano guerra ma che finisce con l'implicare coalizioni di Stati che agiscono contro altri Stati ritenuti colpevoli di appoggio al terrorismo internazionale. E a tutto questo si deve aggiungere la constatazione che le guerre del Novecento non hanno risolto mai veramente i problemi che le hanno provocate.
Ogni guerra sembra essere diventata, dopo la sua conclusione, causa di un'altra guerra. Ogni guerra pone le premesse di nuovi conflitti. È comprensibile come il carattere estremamente distruttivo, totale, ideologico e mondiale della guerra in età contemporanea ed anche la sua nota di improduttività abbiano spinto la Chiesa ad un giudizio sempre più nettamente critico sulla guerra, anche senza procedere ad una riformulazione della tradizionale dottrina della guerra giusta e senza abbracciare la causa di un pacifismo radicale.
La guerra è un male per la stessa Chiesa
Ma non è solo la constatazione del livello altissimo di negatività raggiunto dalla guerra quale concretamente condotta ai nostri giorni che spiega l'atteggiamento della Chiesa. Lo storico Andrea Riccardi ha messo in evidenza, in diversi suoi documentatissimi studi, come la Santa Sede abbia visto nella guerra in età contemporanea, già a partire dall'Ottocento, ma con più evidenza a partire dalla prima guerra mondiale, un fatto estremamente negativo per la sua stessa vita interna. Il cattolicesimo è religione mondiale, è comunione delle Chiese sparse nelle varie nazioni e ormai in tutti i continenti.
E la Santa Sede interpreta la sua funzione principalmente come servizio all'unità delle Chiese. I papi e la curia romana vivono questo loro ruolo con vera preoccupazione, in taluni casi come un dramma, con un sentimento di angoscia.
Durante le guerre questo compito di centro di unità e di promozione della comunione tra le Chiese diventa difficilissimo. Durante le guerre le comunicazioni con gli episcopati nazionali si complicano. E inoltre durante le guerre la Santa Sede non riesce ad avere rapporti diplomatici con tutte le parti in conflitto, è come tagliata mori dal giuoco diplomatico, almeno quello vero. La Santa Sede non ha divisioni militari da far valere, come brutalmente fece notare Stalin. Ha solo il suo prestigio morale.
Ma durante le guerre le parti in conflitto non danno molto peso ai fattori morali o, comunque, tendono a strumentalizzare al proprio fine l'influenza della Chiesa. L'esperienza della prima guerra mondiale, quando non c'era ancora uno Stato vaticano internazionalmente riconosciuto - cosa che avverrà col trattato lateranense del 1929 - fu davvero traumatica per la Santa Sede. Il papa aveva difficoltà a comunicare con gli stessi nunzi.
E poi, quando i bolscevichi, giunti al potere in Russia, in seguito alla rivoluzione del 1917, resero di pubblico dominio i patti segreti della Russia zarista, scoprì che l'Italia per entrare in guerra accanto alle potenze dell'Intesa aveva chiesto e ottenuto l'impegno degli alleati ad escludere la Santa Sede dalle future trattative di pace, perché temeva che il papa avrebbe riproposto la questione dello Stato pontificio occupato nel 1870. Veramente ormai la Santa Sede non contava politicamente alcunché. Poteva esercitare una qualche influenza morale in tempo di pace. Ma durante la guerra la parola è alla forza delle armi. La guerra è una pessima situazione per la Chiesa. Non solo non conta molto nel giuoco diplomatico. Non solo non riesce a tenere le fila della comunione tra le Chiese nelle singole nazioni, tutte tentate di appiattirsi sulle ragioni del proprio Paese. Ma trova anche difficoltà a elaborare una linea conforme alla propria missione e che risulti comprensibile ai più.
Durante la seconda guerra mondiale si fecero a Pio XII le pressioni più diverse perché si dichiarasse per una parte o per l'altra. Il papa scelse una linea di imparzialità che ebbe i suoi costi. Di cui il più grave - il cui peso dura tuttora - è la polemica che si innescò dopo la guerra sui suoi silenzi circa l'olocausto. Anche da parte cattolica si accusò il papa di mancanza di parresia, di ardimento cristiano. Ecco perché la Chiesa auspica la pace, preferisce una situazione di pace e si adopera in tutti i modi perché le guerre non scoppino e, una volta scoppiate, finiscano al più presto.
La guerra non è un male solo per il mondo. È un male anche per la Chiesa: le impedisce di vivere tranquillamente la sua universalità, mette in difficoltà la sua vita interna, rischia di mettere in discussione il suo stesso vertice.
Il nuovo rapporto della Chiesa con l'Occidente
Ma c'è ancora un terzo motivo che spiega la valutazione negativa che la Chiesa dà della guerra lungo il Novecento. Non è solo per l'orrore che provoca la inedita capacità distruttiva della guerra o per la preoccupazione dei danni che la guerra produce per la stessa vita interna della Chiesa. La Santa Sede - e dietro di lei gradualmente la Chiesa cattolica tutta - dà un giudizio negativo della guerra, perché essa - dopo il fallimento della Restaurazione nella prima metà dell'Ottocento - vive e sperimenta un rapporto nuovo con l'Europa e con l'Occidente. Non è più l'Europa cristiana del medioevo o della stessa età moderna, pur in seguito alle divisioni prodotte dalla riforma protestante. È l'Europa degli Stati laici ed anticlericali. È l'Occidente secolarizzato.
E in quest' Europa nuova, dal 1870, il papa non gode più di una sovranità politica, non ha più l'antico Stato pontificio, anche se dal 1929 recupera un simulacro di potere statale che serve, se non altro, a permetterle di intrattenere rapporti diplomatici con gli Stati e a non essere giuridicamente e politicamente ospite dello Stato italiano. Comunque la Chiesa non si sente più a casa sua nell'Occidente contemporaneo.
Avverte il mondo contemporaneo come ostile, in ogni caso come altro da sé. È una condizione nuova per la Chiesa cattolica che ha dato forma culturale all'Europa. La Chiesa sa di essere alla radice dell'Occidente, ma ora sente l'Occidente come estraneo.
Ed è da questa condizione nuova - interna ed esterna, nello stesso tempo - che la Chiesa valuta adesso la guerra. Non solo non è più la guerra di una volta, violenta e crudele anch'essa ma non così distruttiva come la guerra moderna. Non solo non è più una guerra per interessi dinastici o per conquistare un pezzo di terra, ma una guerra di tipo ideologico, con una avversione totale per l'avversario e il suo stile di vita.
Non solo non è più una guerra dalle dimensioni limitate, ma guerra totale e, nel caso delle due guerre mondiali, geograficamente allargata pressoché a tutto il mondo. Ma è anche una guerra tra Stati e nazioni che sono fuoriusciti dall'antica Christianitas e che, perciò, non vedono più nel cristianesimo la loro cultura fondante e non considerano la Chiesa di Roma un riferimento ineludibile. In questa nuova situazione la Santa Sede guarda alla guerra con una nuova libertà. La può giudicare alla luce del suo messaggio evangelico. La può valutare come fece Benedetto XV nella sua prima enciclica, nel 1914, come l'espressione più chiara, nella sua forma moderna, dell'allontanamento dell'Occidente dal cristianesimo.
Può sviluppare un discorso, anche su base razionale, di critica alla guerra, come fece Giovanni XXIII nell'enciclica Pacem in terris di quarant'anni fa.
E comunque ormai la situazione è chiara. La guerra è affare degli Stati. La Chiesa invece auspica sempre la pace, invita alla pace e prega per la pace. Anche nel caso di una guerra condotta da Stati democratici per la salvaguardia dell'ordine mondiale o in funzione della cosiddetta ingerenza umanitaria, la Chiesa non benedice la guerra, sta attenta a non dare alcuna autorizzazione alla guerra, mira sempre a circoscrivere l'uso della forza. La Chiesa non sposa le motivazioni di un pacifismo radicale - che, del resto, non è nella sua tradizione dottrinale - ma si fa promotrice di una cultura diffusa di pace, si impegna perché da tutti si comprenda come la guerra è diventata con tutta chiarezza uno strumento del tutto inadatto a risolvere le controversie internazionali.
Superando le iniziali diffidenze verso la Società delle Nazioni sorta dopo la prima guerra mondiale e, all'inizio, anche verso le Nazioni Unite - considerate come un'internazionale senza anima cristiana - la Santa Sede, dalla fine degli anni Cinquanta, guarda all'ONU stimandola l'istituzione internazionale che meglio si può adoperare per la pace tra le nazioni, evitando le guerre.
Le recenti polemiche giornalistiche
Quest'ultima motivazione che ho indicato dell'atteggiamento che la Chiesa è venuta assumendo lungo il Novecento sulla guerra, cioè la posizione dialettica verso l'Occidente contemporaneo, mi sembra molto importante anche per valutare recenti polemiche giornalistiche. In un articolo del 7 gennaio scorso sul «Corriere della Sera» Ernesto Galli della Loggia ha criticato gli appelli alla pace del papa perché sembrano a lui piuttosto unilaterali, intrisi di antioccidentalismo e, più particolarmente, di antiamericanesimo. Hanno commentato questo giudizio varie testate giornalistiche. Ma è intervenuto lo stesso Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, cardinale Ruini, nella prolusione del Consiglio permanente della stessa Conferenza il 20 gennaio scorso, affermando che in un mondo insidiato da minacce cangianti ma sempre terribilmente pericolose, tra cui innanzitutto il terrorismo, la solidarietà occidentale rimane garanzia di pace, di sicurezza, di libertà e di sviluppo e che la Chiesa si preoccupa anzi di «avvalorare tale solidarietà e di renderla più capace di affrontare i problemi e le sfide che si delineano all'orizzonte, ancorandola più saldamente, e in una prospettiva davvero universale, a quei principi e valori umanistici che sono la sua più solida e durevole fonte di legittimità e forza propulsiva». S
econdo il presidente dei vescovi italiani, la Chiesa, muovendosi lungo questa linea dialettica che è sì di sostegno all'Occidente ma nello stesso tempo di richiamo ai valori umanistici dello stesso Occidente, «non si estrania [...] dall'Occidente,ma lo aiuta ad esprimere il meglio di sé, a conferma del fatto che il cristianesimo costituisce la sua anima più profonda e più capace di futuro».
Un discorso semplice e complesso
Queste parole del cardinale Ruini mi sembrano emblematiche di quella condizione interna e nello stesso tempo esterna all'Occidente che la Chiesa ha vissuto lungo il Novecento e che le ha permesso di sviluppare un complesso e articolato discorso sulla guerra e sulla pace, un discorso che si rivolge ai credenti ma anche ai non credenti; un discorso che nasce dal Vangelo ma vuole essere anche condotto su base razionale; un discorso che appare sempre più come componente importante dell'annuncio cristiano e, nello stesso tempo, si fa voce di un desiderio di pace comune a tutta l'umanità; un discorso che interpreta l'umanesimo della tradizione di radice cristiana dell'Occidente ma che intende avere anche un'apertura a tutte le culture, una dimensione universale; un discorso che è fatto di appelli ai capi delle nazioni perché risolvano le crisi internazionali senza il ricorso alle armi ma anche di inviti a tutti gli uomini di buona volontà perché si affermi stabilmente una cultura della pace; un discorso che è fatto di parole agli uomini per mutare il loro cuore e la loro mente ma anche di invocazione a Dio nella consapevolezza che la pace è suo dono perché solo Lui può realmente convertire i cuori e le menti; un discorso che è fatto di parole ma anche di silenzi, perché non sempre le parole sono veramente decisive, perché non sempre si riesce a dire qualcosa di sensato, perché non sempre il silenzio è latitanza ma può essere un umile affidare a Dio nella preghiera la propria impotenza.

S.E. Mons. Cataldo Naro
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