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gennaio-febbraio 2008

 

di Antonino Dolce*

Cristiano, diventa ciò che sei! E’questo il titolo della lettera pastorale che il nostro arcivescovo, nell’ anniversario della sua ordinazione episcopale, ha consegnato alle Chiesa diocesana; lettera - come egli stesso scrive - a lungo pensata su un argomento che tanto gli sta a cuore: il significato più vero del nostro nome di cristiani. Già all’inizio di quest’anno pastorale egli ci aveva indicato il cammino da percorrere: Diventare cristiani in un mondo che cambia, cammino che, illuminato dalla bella espressione paolina Conformi ali ‘immagine del Figlio (Rm 8,29) deve indurre i battezzati a camminare in una vita nuova sotto la guida dello Spirito per realizzare il disegno di Dio che da sempre li ha predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo.
Con questa lettera il vescovo si prefigge di incontrare spiritualmente i suoi figli laddove, sotto lo sguardo di Dio, si svolge la loro vicenda umana e cristiana e suscitare in loro, insieme all’orgoglio di dirsi cristiani, la consapevolezza di una così grande dignità cui deve seguire uno stile di vita consono.
Come scrive Ignazio d’Antiochia, non basta essere chiamati cristiani: bisogna esserlo davvero. E siccome, cristiani non si nasce, ma si diventa (Tertulliano), ecco il motivo del titolo scelto per la lettera: Cristiano, diventa ciò che sei.
Ma chi sono i cristiani? E’ quanto colui che è stato posto nella nostra Chiesa come maestro e dottore cerca di spiegare partendo dagli scritti degli Apostoli e da quelli dei Padri.
Cristiani, secondo quanto insegna Paolo, sono quelli di Cristo e cioè quelli che attraverso il battesimo appartengono a lui, partecipano al mistero della sua morte e risurrezione e riceveranno la vita in Cristo alla sua venuta.
Cristiani sono i discepoli del Signore, che sono stati scelti personalmente da Gesù ponendo egli stesso le condizioni della sequela, e non ci sono stati scelti solo i puri, ma anche i pubblicani, gli zeloti e i pescatori, tutte persone che erano considerate fuori dalla comunità cultuale; essi hanno accolto il suo invito e lo hanno seguito perché Gesù li ha fa degni del discepolato e a loro chiede la fede incrollabile in lui e l’osservanza del comandamento dell’amore.
Cristiano è chi conosce Cristo e ne diviene imitatore. Non si tratta di apprendere una dottrina, ma di conoscere il mistero di Cristo, familiarizzare con la sua persona, in una parola rimanere nel suo amore, cioè fare le cose che lui ha fatto.
Cristiano è colui che testimonia Cristo. La testimonianza è una caratteristica costitutiva del cristiano; è quanto il Signore stesso ha chiesto ai suoi prima di ascendere al cielo: Avrete forza dallo Spirito Santo... mi sarete testimoni. E la testimonianza si esprime attraverso la missione senza la quale il discepolato si ridurrebbe ad un rapporto intimistico, relegato nella sfera privata.
Cristiani sono coloro che invocano il Signore Gesù Cristo, cioè quelli che professano la loro fede in Cristo Signore e Messia, venuto nel mondo a portare la salvezza, a lui innalzano la loro preghiera e per mezzo di lui, unico mediatore, si rivolgono al Padre.
Il termine cristiano esprime dunque un rapporto con l’adorabile persona di Gesù Cristo. Citando Gregorio di Nissa, mons. arcivescovo sottolinea la continuità tra ciò che è Cristo e ciò che è il cristiano. Il cristiano, salvato per la fede in Cristo Gesù, ha il dovere di rendere visibile ed operante la presenza di Cristo, ma lo potrà fare a condizione che viva coerentemente al suo nome.
Il fondamento dell’esistenza cristiana si trova nei sacramenti della iniziazione cristiana, battesimo, cresima ed eucaristia, pertanto, ecco l’invito del vescovo a recuperarne il significato attraverso la catechesi e in particolare quella mistagogica che, come dice la stessa etimologia della parola (mysterion ago), è come un condurre per mano dentro il mistero con la comprensione dei riti: l’immersione nell’acqua, la crismazione, la consegna della veste candida e della luce, ecc. Naturalmente ciò non va disgiunto da una celebrazione più attenta ai tempi e ai modi.
L’ultimo paragrafo della lettera invita a considerare l’essere cristiani un dono di grazia che va accolto con animo grato; un debito obbligante... verso Dio e il suo Cristo, ma anche verso i fratelli; un impegno ...a ricuperare il senso pieno e profondo del nostro nome di cristiani, quale ricupero forte della conoscenza profonda e della consuetudine d’amore con la persona adorabile di Gesù Cristo; invita pure ad acquisire un nuovo modo di fare catechesi, non solo dottrina ma cammino che porta alla comunione di vita con Cristo. Questo impegno riguarda tutti, in primo luogo i pastori, servi della Parola, ma riguarda anche coloro che pretendono solo di essere detti cristiani ma non sono abituati ad assumersi l’impegno di questo nome, perché mostrino più interesse nella frequenza della catechesi.
In questo documento oltre a cogliere l’esperienza dell’uomo di fede che vive quanto insegna, si nota l’ansia del Pastore che sente la responsabilità di servire il gregge che il Signore stesso gli ha affidato e il servizio lo rende mettendo in guardia da una esistenza fatta di incoerenze in cui il nostro dirci cristiani riusciamo a coniugarlo con comportamenti indegni di questo nome. Persino la violenza, l’illegalità, il disprezzo della dignità della persona, riusciamo a nascondere sotto la veste di un falso perbenismo con la pretesa, talvolta anche arrogante, di dirci cristiani.
Una lettera dunque che, sia singolarmente che comunitariamente, per la Chiesa diocesana, deve diventare oggetto di studio e di riflessione orante; una lettera il cui contenuto molto forte deve spingere ad una vera e reale conversione pastorale che conduca le nostre parrocchie a quel salto di qualità che le trasforma da stazioni di servizio per l’erogazione del sacro a comunità che formando in maniera permanente il battezzato lo portino all’iniziazione sempre più profonda al mistero di Cristo. Coloro che hanno il compito del discernimento, senza la pretesa di giudicare il fratello, devono essere più oculati nell’ammettere ai sacramenti coloro che li chiedono, magari, solo in ossequio alla tradizione.
Forse si perderà in quantità, ma si guadagnerà in qualità. Ma del resto, la comunità dei
credenti non è il “piccolo gregge”? E il “sale” o il “lievito” non sono una piccolissima parte rispetto
alla massa da “salare” o da “lievitare”?
Quando daremo vita a quella pastorale missionaria che – come scrivono i nostri vescovi nella Nota pastorale Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia – annunci nuovamente il vangelo, che ne sostenga la trasmissione di generazione in generazione, vada incontro agli uomini e alle donne del nostro tempo testimoniando che anche oggi è possibile, bello, buono e giusto, vivere l’esistenza umana conformemente al Vangelo e, nel nome del Vangelo, contribuire a rendere nuova l’intera società.

In cammino verso l'ordine sacro

di Giovanni Vitale

Vecchie e nuove povertà.
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Un testimone oculare del venerdì Santo.

di Andrea Sollena