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GIUGNO SETTEMBRE 2004

 Una scelta carica di speranza
di S.E. Mons. Cataldo Naro


La Nota pastorale sulla parrocchia riprende un discorso che i vescovi italiani hanno proposto più volte negli ultimi decenni e, inoltre, si ricollega a una tradizione pastorale italiana lunga di secoli ma che ha dato le sue migliori prove, forse, proprio nel secolo da poco finito, il Novecento. Il discorso o, forse meglio, il convincimento potrebbe essere sintetizzato così: la parrocchia, pur con tutti i suoi limiti e le sue difficoltà ed anche nella varietà delle sue configurazioni nelle diverse regioni della Nazione, resta fondamentale per la presenza del cristianesimo in Italia e per l’azione pastorale della Chiesa. Possiamo ricordare alcuni più recenti precedenti di questa affermazione dei vescovi. Nel 1970, allorché si avverte che la società italiana è investita da profonde trasformazioni culturali, un loro importante documento sul rinnovamento della catechesi propone l’idea che la parrocchia «respira la vita della Chiesa universale, coltiva il senso della diocesi, procura di allargare le sue possibilità educative aprendosi a forme di collaborazione interparrocchiali». Per tutti gli anni Ottanta e Novanta i documenti episcopali riaffermano l’idea che la parrocchia è «l’espressione più comune e concreta della comunità cristiana», anche se le si chiede di assumere una dimensione più marcatamente missionaria e una nuova capacità di inserimento solidale nella società, come fa il documento sul Mezzogiorno del 1989 in cui è richiamata la nota immagine di Giovanni XXIII sulla parrocchia come fontana del villaggio. E di parrocchia quale «comunità missionaria e soggetto sociale sul territorio» torna a parlare il testo che i vescovi pubblicano nel 1996 dopo il convegno delle Chiese d’Italia a Palermo dell’anno precedente. E infine, all’inizio del nuovo millennio, gli Orientamenti per il decennio in corso scorgono nella parrocchia il vero punto di forza della cattolicità italiana e ne rilanciano la centralità nella pastorale. Ora, con la Nota interamente dedicata alla parrocchia, i vescovi ribadiscono senza tentennamenti che la Chiesa italiana non intende fare a meno di una risorsa che le permette ancora oggi di farsi trovare presente nel territorio e di realizzare la sua scelta di essere "popolare", cioè rivolta a tutti. Direi, anzi, di più: con il nuovo documento i vescovi dicono la loro speranza che, proprio attraverso la rete delle sue parrocchie, la Chiesa italiana riesca a farsi portatrice di un diffuso sentimento cristiano della vita radicandolo più profondamente tra la gente. C’è una forte carica di speranza in questa rinnovata scelta della parrocchia quale ordinaria “via” di presenza e di azione pastorale della Chiesa in Italia. E c’è anche determinazione e coraggio. Perché essa significa che la Chiesa italiana si preclude, di fronte alle difficoltà dell’esercizio della sua missione, ogni via di fuga di tipo elitario sul piano spirituale e organizzativo. E riafferma con forza che il suo debito di annunciare del Vangelo è davvero verso tutti, compresi ed anzi specialmente quanti sono o appaiono ai margini della nostra società. Le difficoltà con cui la scelta dovrà misurarsi non derivano solo dai mutamenti culturali e sociali sempre più rapidi e consistenti, ma anche da una certa inerzia che le parrocchie sperimentano e che la Nota non manca di denunciare. Per questo i vescovi chiedono alle parrocchie e alle diverse figure che ne animano la pastorale, a partire dai parroci, di farsi carico di quello slancio missionario che, già da tempo, la Chiesa italiana sente che le si impone per rispondere all’attesa del Vangelo che vive nel cuore degli uomini del nostro tempo. La Nota invita le parrocchie a convogliare verso "orizzonti" chiaramente missionari (anche di "primo annuncio") le risorse di cui già dispone e di tentare vie nuove di evangelizzazione, valorizzando la possibilità di "integrazione" con le iniziative delle parrocchie più vicine ed anche con le istanze diocesane e le aggregazioni che superano il livello parrocchiale. È, in fondo, l’appello ad un coraggio e ad una creatività che sono richiesti dall’urgenza missionaria dell’oggi.Sarà accolto l’appello dei vescovi? La Nota trasmette un sentimento di fiducia. Se la parrocchia lungo il Novecento ha saputo con flessibilità e inventiva accompagnare il cammino della Chiesa italiana e farsi carico del suo compito di trasmissione della fede, perché non dovrebbe continuare a farlo? È una sfida da cui dipende il futuro della cattolicità italiana.
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Formare i formatori
di don A. Dolce

Nella nota pastorale “Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia” i Vescovi italiani affermano che “la parrocchia è un bene prezioso per la vitalità dell’annunzio e della trasmissione del Vangelo”.(ib. n 5) Essa infatti, pur tra le mutate situazioni, rimane il “luogo dov’ è possibile comunicare e vivere il Vangelo dentro le forme della vita quotidiana”(ib.n 5). Questo necessita il giusto discernimento, frutto di “generosità apostolica e intelligenza pastorale, volontà di partecipare a un processo che ci vede tutti impegnati e la prudenza di misurare ogni cosa sulle situazioni locali”(ib.n 5). Ma non va dimenticato che per acquisire la capacità di discernimento è indispensabile un cammino formativo di tutti coloro che operano in parrocchia, a cominciare dagli stessi presbiteri, primi e insostituibili “formatori dei formatori”, ai quali, innanzitutto, è richiesta una formazione “ umana, spirituale, intellettuale e pastorale ” (Pastores dabo vobis, 42) Sono parecchi i documenti del Magistero che insistono sul valore primario della formazione. Già nel documento “La Chiesa italiana dopo Loreto” (1985) i Vescovi affermavano: “La formazione dei laici per impegni sempre più responsabili nella Chiesa e nel paese è un preciso dovere della Chiesa nel nostro tempo”. E più recentemente in “Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia” si parla di un forte impegno in ordine alla “qualità formativa”, in senso spirituale, teologico, culturale e umano (cfr ib.n. 44). Responsabile di tale processo formativo deve essere la stessa comunità cristiana che deve investire le risorse migliori, il tempo maggiore e le energie più belle in questa direzione nella piena convinzione che “più veniamo formati e più ci rendiamo capaci di formare gli altri” (Christifideles laici, n. 63). Il primo impegno di una comunità resta dunque “formare i formatori” cioè curare quel gruppo di persone che, a poco a poco, assumeranno la responsabilità di educare gli altri alla fede, a sentirsi Chiesa e, soprattutto, ad essere presenti nel mondo da profeti. La formazione è un processo globale che, giorno dopo giorno, plasma, educa l’uomo e lo fa crescere in ogni ambito della sua esistenza cominciando dalla dimensione umana per arrivare a quella religiosa, a quella socio-pastorale. La persona diventa “adulta” quando è capace di essere responsabile di sè e degli altri. Una parrocchia che opera in tale direzione diventa ricca di operatori capaci di farsi carico delle esigenze del territorio in cui vive (la territorialità rimane sempre una nota caratteristica della parrocchia, ma la parrocchia non si identifica col territorio; come dice Mons. S. Lanza, noto pastoralista, “non è il territorio che appartiene alla parrocchia, ma la parrocchia al territorio”), ne coglie le istanze e, con discernimento evangelico, da le risposte più adeguate. Ne verrà fuori una comunità che vive la propria presenza di servizio attraverso la ministerialità dei suoi figli, capace, inoltre, di creare nuove figure ministeriali secondo le esigenze concrete della gente. Altro vantaggio sarà che, misurandosi con le necessità reali del territorio, la parrocchia verrà fuori dalla sua autosufficienza e, a livello ecclesiale, sarà capace di mettersi “in rete” con le parrocchie vicine, a livello extraecclesiale, di interloquire con gli altri soggetti sociali che operano nello stesso territorio.Se vogliamo che le nostre parrocchie non si limitino ad essere - per dirla con un’espressione oggi fin troppo usata – “stazioni di servizio” per i bisogni religiosi degli abitanti del quartiere, ma diventino davvero sale e fermento evangelico in un mondo che cambia, è di vitale importanza investire nel campo della formazione e proprio in questa direzione vuole continuare a camminare con più impegno la nostra Chiesa diocesana.
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