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2003
Trasmettere
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TRASMETTERE LA FEDE OGGI
Sintesi della relazione tenuta dall’Arcivescovo Cataldo Naro il 14 aprile 2003 in preparazione del convegno IRC dell’1-2 luglio 2003
Propongo semplicemente quattro questioni che mi pare esigano una nostra riflessione e che, comunque, possono spingerci a pensare, ci fanno pensare.
La prima è sul significato del compito della trasmissione della fede nel nostro tempo e nel nostro luogo, la Sicilia, che è collocata nell’area occidentale, seppure un po’ ai suoi margini.
La seconda è sulla necessità per ogni generazione cristiana di apprendere in maniera sempre nuova la tradizione cristiana.
La terza è sulle grandi linee di ogni trasmissione della fede quale storicamente è avvenuta.
La quarta è sulle particolari difficoltà che la trasmissione della fede incontra oggi in Italia.
Perché continuare a dire il Vangelo?
Mi introduco al primo punto rievocando un’intervista concessa tre anni fa a Francesco Strazzeri e pubblicata dall’EDB col titolo Credo nonostante…, dal domenicano canadese Jean-Marie Roger
Tillard, teologo di fama mondiale scomparso l’anno scorso. In essa il teologo racconta che un suo amico musulmano, vedendo abbattere il campanile di un monastero che i monaci, divenuti troppo pochi, avevano ceduto a una ditta, gli diceva: «Dovresti piangere: il minareto delle nostre moschee scrive sopra le città il nome di Allah, il campanile delle chiese scrive quello di Cristo». Tillard fa dell’abbattimento di quel campanile il simbolo della crisi del cristianesimo in Occidente, o almeno della forma storica che vi ha assunto finora, e comunque della sua evidente perdita di visibilità. Non solo ci sono sempre meno preti e monaci. Non solo nelle famiglie cristiane si stenta a trasmettere la fede ai figli come nel passato. Non solo la presenza cristiana appare sempre più una tra le altre presenze religiose. Non solo sembra crescere l’indifferenza verso la Chiesa e il suo messaggio. Ma perfino le chiese sono sconsacrate e adibite per altri usi.
Questa situazione, che è divenuta comune in alcuni Paesi dell’Occidente, non è però quella della Sicilia. Le chiese continuano ad essere frequentate, i campanili non sono abbattuti. Ma il problema che le parole del teologo canadese pongono riguarda anche i cristiani di Sicilia. Ed è appunto il problema del senso della missione della Chiesa in Occidente, e quindi anche nella nostra terra, oggi.
Nella stessa intervista, Tillard racconta che un giornalista, già agli inizi degli anni Novanta, gli diceva la sua impressione che il cristianesimo stesse vivendo «l’ultimo sussulto di un grande corpo che ha fatto il suo tempo». Ed ha fatto il suo tempo, perché ha avuto successo. Ha esercitato un’enorme influenza. Ha modellato la cultura occidentale. Il successo è stato tanto vasto che non c’è più spazio per un ulteriore cammino della Chiesa, cioè del cristianesimo “credente”, non riducibile a sola eredità culturale.
Perché la Chiesa continui ad avere una funzione, bisognerebbe che la storia tornasse indietro. I germi fecondi che esso ha immesso nella storia – il rispetto delle singole persone, la ricerca della giustizia, la solidarietà verso i più deboli… – continueranno ad agire, restano un’eredità di valore permanente. Ma non è più necessario che una comunità di cristiani “credenti” tenga viva quest’eredità, continui a trasmetterla alle nuove generazioni. È la cultura occidentale stessa che ha assunto il compito di “inverarla”. La trasmissione della fede, nel senso dell’annunzio credente del Vangelo, non ha più vero spazio. I segni di vitalità che il cattolicesimo sembra oggi mostrare – ad esempio il successo di manifestazioni come quella della giornata mondiale della gioventù – sono gli ultimi bagliori di una grande storia che sta tramontando. E qualcuno aggiunge che questo destino di esaurimento del significato “credente” della fede cristiana era, in qualche modo, iscritto nell’atto fondativo del cristianesimo che è l’incarnazione di Dio.
Dio si congeda dalla trascendenza per farsi mondo. Il cristianesimo si fa semplicemente «stile di vita nel mondo». Ha scritto l’anno scorso su un importante quotidiano italiano il filosofo
Galimberti: l’incarnazione di Dio in Cristo è «il primo principio, se non dell’ateismo come io credo, certo del silenzio di Dio».
È un’idea – questa del sostanziale esaurimento della missione del cristianesimo e, più particolarmente, della Chiesa – in verità piuttosto “vecchia”, nel senso che è ripetuta da alcuni intellettuali almeno fin dall’Ottocento, ma che, secondo
Tillard, oggi «lentamente si diffonde tra i cristiani e il clero». Egli, pur ottimista circa il futuro del cristianesimo, non nasconde una certa inquietudine per l’attenuazione del senso di un dovere della trasmissione della fede tra gli stessi cristiani, almeno in Occidente. E non esita a paventare per «blocchi importanti di Chiese locali» il destino che fu di grandi e gloriose Chiese dell’antica Turchia e dell’Africa del Nord, di cui ora non restano che i nomi di sedi episcopali distrutte. Sarebbe un destino che, come per quelle antiche Chiese, si può attribuire a circostanze esterne – l’invasione islamica allora e oggi la secolarizzazione e i totalitarismi nel secolo che è appena tramontato – ma anche interne, come appunto lo smarrimento del senso della missione. Si può discutere la tesi o, forse meglio, l’inquietudine dell’anziano domenicano (consegnata anche in un altro suo breve testo: Siamo gli ultimi cristiani? Lettera ai cristiani del 2000,
Queriniana, Brescia 1999). Ma è indubbio che il tema del significato della missione cristiana, legato a quello del futuro del cristianesimo, si ripropone oggi con forza per i cristiani. Qui non ho il tempo di approfondire la questione. Esprimo solamente due mie convinzioni.
La prima è che la Chiesa non può non continuare a trasmettere la fede, perché è il compito assegnatole dal Cristo risorto, ma anche perché – chiunque ha incontrato Cristo lo sa per esperienza – il Vangelo è per tutti gli uomini, anche quelli del nostro tempo: l’attesa di Cristo vive nel cuore di ogni uomo e di ogni donna, anche se spesso è informe, nascosta dietro tante e diverse attese; è l’incontro con l’annuncio del Vangelo che le dà forma, la chiarisce a se stessa. Ed è questo annuncio che resta la missione della Chiesa ancora oggi. Il compito della Chiesa di trasmettere la fede non è affatto esaurito ma, come ha scritto Giovanni Paolo II nell’enciclica Redemptoris missio del 1990, è «appena agli inizi». Il futuro è aperto davanti alla trasmissione della fede. La seconda convinzione è che proprio quella cultura occidentale diffusa incentrata sul valore supremo della dignità dell’uomo che Galimberti e altri presentano come una sorta di inveramento e insieme di superamento del cristianesimo “credente” non potrà sussistere senza un nucleo forte di cristianesimo confessionale, senza cioè i credenti in Cristo come Figlio di Dio, senza una comunità ecclesiale. Senza Chiesa l’Occidente non potrà dirsi più cristiano, neanche culturalmente. Senza trasmissione di fede, in senso vero e proprio, l’Occidente cesserà di pensarsi cristiano e i valori stessi dell’umanesimo sarebbero messi a rischio. A questo proposito il cardinale Ruini ha citato più volte nei suoi interventi un giudizio illuminante di Karl
Löwith, formulato più di sessant’anni fa: «Il mondo storico in cui si è potuto formare il “pregiudizio” che chiunque abbia un volto umano possieda come tale la “dignità” e il “destino”di essere uomo, non è originariamente il mondo, oggi in riflusso, della semplice umanità, avente le sue origini nell’“uomo universale” e anche “terribile” del Rinascimento, ma il mondo del cristianesimo, in cui l’uomo ha ritrovato attraverso l’Uomo-Dio, Cristo, la sua posizione di fronte a sé e al prossimo». Per questo «soltanto con l’affievolirsi del cristianesimo è divenuta problematica anche l’umanità» (Da Hegel a
Nietzsche. La frattura rivoluzionaria nel pensiero del secolo XIX). In questo giudizio di Löwith è implicito, con tutta chiarezza, l’intreccio tra futuro cristiano e futuro autenticamente umano.
Di generazione in generazione
La seconda questione che desidero proporre è, come ho detto, quella della necessità per il cristianesimo di essere appreso nuovamente da ogni generazione. La tradizione cristiana non solo vive nell’atto stesso del trasmettersi da una generazione all’altra, ma anche solamente se la generazione che riceve l’annuncio cristiano lo fa suo e l’apprende in maniera nuova, cioè non semplicemente ripetendo la comprensione che ne ha avuto la generazione precedente ma ricomprendendolo e
reinterpretandolo. Il cristianesimo infatti esige una conversione delle persone, un’adesione di ogni singola persona. Si rivolge alla libertà di ciascuna coscienza. E sono poi le persone di una generazione che plasmano una cultura, costruiscono un ambiente umano ispirato o meno dalla fede vissuta o meno. In altri termini, non si può dare per scontato un tranquillo passaggio del cristianesimo da una generazione all’altra, in una sorta di catena di cui ogni anello sia una generazione automaticamente legata all’altra.
Questa catena può spezzarsi se la fede non viene accolta in profondità e in fedeltà dalla nuova generazione. E, comunque, c’è una originalità e specificità d’adesione al cristianesimo di ogni generazione. C’è una sorta di reinventarsi del cristianesimo ad ogni generazione, pur nel legame di fedeltà al deposito ricevuto e nella ricerca della coerenza con le origini. L’aveva affermato già Tertulliano nel terzo secolo: cristiani non si nasce ma si diventa. Non perché si è nati in una famiglia cristiana si è cristiani, non perché si è eredi di un passato cristiano si è cristiani; si è cristiani aderendo personalmente al Cristo, accogliendo l’annuncio del Vangelo. Il grande storico Fernand Braudel nella sua opera sul Mediterraneo al tempo di Filippo II osserva che la civiltà cristiana ha di specifico nei confronti della civiltà islamica una sua esigenza di rinnovarsi in profondità ad ogni generazione. Ciò fa la grandezza ma anche la fragilità dell’area culturale plasmata dal cristianesimo. Grandezza perché ha creato società in continua trasformazione e perciò capaci di progresso. Debolezza perché le società di cultura cristiana vivono una loro fragilità interna, una sorta di mancanza di stabilità. Al contrario le società della civiltà islamica sono apparse storicamente più stabili, più capaci di radicamento culturale ma anche più ferme, meno capaci di progresso. Si può discutere questa valutazione, ma credo ci sia in essa qualcosa di vero. E comunque a me, nel contesto di questa nostra conversazione, serve per evidenziare come la questione della trasmissione della fede da una generazione all’altra sia fondamentale per la Chiesa proprio in fedeltà al mandato missionario ricevuto da Cristo ed anche, direi, per la struttura stessa dell’annunzio cristiano.
3. La testimonianza, l’arte e la dottrina
Si possono individuare alcune grandi linee della trasmissione della fede quale storicamente si è realizzata e che ancora oggi ed anche in futuro, pur coniugate sempre in maniera nuova, possono costituire come le costanti dell’azione missionaria della Chiesa? Credo di sì. L’ha fatto, in una maniera suggestiva e convincente, Emile Poulat in una sua bella introduzione al volume di Roberto Cipriani sul Cristo rosso di
Cerignola, cioè una manifestazione popolare del venerdì santo in quel centro agricolo della Puglia. Lo storico francese individua tre grandi linee fin dall’inizio della storia della Chiesa: la via della testimonianza, quella del simbolo e quella della dottrina. La prima parte dall’attestazione dei primi discepoli: quello che i nostri occhi hanno visto, ciò che i nostri orecchi hanno ascoltato, quanto abbiamo sperimentato di Cristo, questo vi trasmettiamo e lo trasmettiamo con le nostre parole e con la nostra vita di discepoli fedeli e innamorati del Signore. La seconda è quella di ogni rappresentazione o raffigurazione che è servita a dire Cristo e trasmettere il suo Vangelo. Poulat richiama innanzitutto l’immagine del pesce che tanta fortuna ebbe nell’antichità cristiana. «Gesù Cristo Figlio di Dio salvatore», le iniziali della formula greca davano la parola ictus, pesce, che rimandava alla moltiplicazione dei pesci e, da qui, all’eucaristia. L’immagine era evocatrice, ma anche utile: offriva agli iniziati ai misteri cristiani un segno di riconoscimento che parlava di per sé. E l’intera storia del cristianesimo dice l’importanza dei segni, delle rappresentazioni (a cominciare ovviamente dalla celebrazione dell’eucaristia e degli altri sacramenti), delle raffigurazioni che hanno detto Cristo ad intere generazioni, ma prima ancora hanno detto la loro fede e le hanno rese capaci di
trasmissione.La terza è quella del dogma e – come dice Poulat – si è caratterizzata per la sua capacità di
sistematizzazione. Si trattava di dire, con precisione concettuale, in un contesto di pensiero classico ed ellenistico, la fede venuta dall’Oriente e nata in un contesto semitico. E si trattava di dirlo in due lingue – la latina e la greca – le cui corrispondenze verbali non garantivano affatto dai malintesi. Ed è cominciata allora un’avventura di pensiero che ha accompagnato la trasmissione della fede per secoli. E dall’individuazione di queste tre principali vie Poulat svolge tutto un discorso interessante sull’importanza nella trasmissione del cristianesimo:
1) delle figure di santità, i testimoni per eccellenza;
2) della storia dell’arte nelle sue diverse manifestazioni, comprese le rappresentazioni popolari della Passione;
3) della riflessione teologica.
E poi elabora tre coppie di concetti:
1) iniziazione e trasmissione che riguardano più propriamente la trasmissione della fede sul piano della cosiddetta cura pastorale, cioè dell’azione di formazione cristiana nelle comunità ecclesiali;
2) ricezione e appropriazione, che si riferiscono alla cosiddetta acculturazione, cioè alla capacità della fede cristiana prima di essere accolta in una vera interiorizzazione e reale trasformazione delle singole persone e poi, attraverso di esse, di influenzare, animare e plasmare tutta una cultura o comunque di fermentarla ed orientarla, cultura che poi diventa la base di nuovi processi di trasmissione della fede;
3) imitazione e rappresentazione, che evocano il problema dell’attualizzazione, come si esprime
Poulat, cioè «al tempo stesso la grande costante e il grande paradosso della storia della Chiesa, ma anche la sua grande ricchezza.
In ogni momento, a qualunque livello, in ciascun discepolo del Cristo, la fede cristiana vive solo attualizzandosi». Come si può intuire, si tratta davvero di un discorso molto ampio e interessante, perché può fornire indicazioni importantissime sia per comprendere storicamente il cristianesimo – e, quindi, utilissime, ad esempio, per gli insegnanti di religione – e sia per delineare, in prospettiva pastorale, nuove piste per l’annuncio cristiano oggi.
4. Catechesi”debole” e cattolicesimo popolare
Resta da dire qualcosa sulla quarta questione: le difficoltà della trasmissione della fede in Italia. Cito una riflessione in proposito del cardinale Ruini in apertura del Forum del Progetto culturale della Chiesa italiana che si è svolto a Roma nei giorni scorsi: «La trasmissione della fede alle nuove generazioni è un impegno tradizionale e fondamentale della Chiesa, che vi ha concentrato e vi concentra gran parte delle proprie energie.
Negli ultimi quattro decenni questa trasmissione ha messo in luce crescenti difficoltà o, se vogliamo, minori e più precari risultati concreti, almeno per quanto è possibile valutare, per così dire dall’esterno, dei fenomeni che soltanto il Signore può conoscere davvero e fino in fondo. La risposta è consistita in un grande sforzo di rinnovamento, che ha riguardato principalmente la catechesi, sostituendo al metodo piuttosto nozionistico, di cui era emblema il Catechismo di Pio X, il tentativo di una “catechesi per la vita cristiana”, che fosse più coinvolgente e meglio idonea a introdurre i ragazzi nella comunità credente. Intorno a questi cambiamenti è sorto un acceso dibattito, che ha visto confrontarsi diverse posizioni sia teologiche ed ecclesiologiche sia pedagogiche.
I risultati del rinnovamento sono stati comunque scarsi, almeno sul piano quantitativo, dato che è continuato a diminuire il numero dei ragazzi che riescono a stabilire con la fede e con la Chiesa un rapporto duraturo e profondo. Si è sviluppata così una diffusa consapevolezza critica e autocritica, che riguarda non tanto la necessità del rinnovamento – oggi per lo più accettata – quanto la sua effettiva attuazione e profondità e che mette in causa, più ampiamente, la comunità cristiana, spesso ritenuta poco idonea, nella sua attuale e concreta realtà, ad accogliere e coinvolgere veramente i ragazzi e i giovani e più in generale coloro che iniziano un cammino di accostamento alla fede».
È una valutazione piuttosto critica, specialmente in considerazione del fatto che a farla è il presidente della Conferenza episcopale italiana, che, non foss’altro per l’ufficio, deve dare giudizi non dico rassicuranti e apologetici, ma comunque non scoraggianti. Per questo è una valutazione che va tenuta in conto. Peraltro mi sembra una considerazione molto equilibrata delle difficoltà che la trasmissione della fede incontra oggi in Italia nell’ambito stesso delle strutture ecclesiali, in primo luogo quelle della catechesi. È avvenuto un grande rinnovamento ma i frutti non sembrano quelli sperati. Aggiunge il cardinale
Ruini: «Rimane utile, anzi doveroso, chiedersi quali siano i limiti dell’impegno formativo della Chiesa, e più ampiamente della vita delle nostre comunità, al fine di superarli per quanto possibile.
Certo, la riduzione della pratica religiosa, il divergere dei modi di comportarsi dai modelli del cristianesimo, quella “debolezza cognitiva” che si riscontra, in misura molto spesso massiccia, anche in chi ha frequentato per anni il catechismo e l’insegnamento della religione e che viene alla luce ad esempio nei corsi di preparazione al matrimonio, non possono non spingerci ad una riflessione realistica e il più possibile propositiva. Specialmente nel mondo degli adolescenti la tradizione cristiana, anche riguardo al suo centro che è Gesù Cristo, nella più ampia società sembra dissolversi e svanire – sembra cioè non essere più oggetto di socializzazione primaria –, rimanendo invece rilevante e vitale soltanto all’interno dei contesti
ecclesiali».E resta vero, però, che – come continua a riflettere il cardinale Ruini – per una visione completa della questione lo sguardo non può fermarsi «al versante ecclesiale e alle più o meno vere carenze del suo impegno pastorale ed educativo».
Lo sguardo deve comprendere «le spinte e le tendenze verso la secolarizzazione e anche la scristianizzazione [che] operano a tutto campo e sono la causa principale che rende difficile sia la trasmissione sia la conservazione della fede e della pratica di vita cristiana: il senso religioso subisce infatti l’attacco di un agnosticismo che fa leva sulla riduzione dell’intelligenza umana a semplice ragione calcolatrice e funzionale, mentre una sorta di progressivo “alleggerimento” corrode i legami più sacri e gli affetti più degni dell’uomo, con risultati di sradicamento e di instabilità che compromettono – già a livello umano – il formarsi di solide personalità e di relazioni serie e profonde, e a maggior ragione contraddicono l’invito a farsi discepoli di Gesù
Cristo».Sono problemi molto delicati questi sollevati dal cardinale
Ruini. E tuttavia, come egli stesso riconosce, la situazione italiana, specialmente se confrontata con quella di altre nazioni europee, presenta anche notevoli opportunità per la trasmissione della fede, ovviamente se intelligentemente valorizzate.
A questo proposito vorrei sintetizzarvi una mia riflessione sul cattolicesimo italiano che ho avuto modo di presentare altre volte e che ho visto ripresa anche da altri. È uno schema di comprensione dell’attuale situazione del cattolicesimo italiano che forse è un po’ superficiale e comunque non esaurisce la complessità di un fenomeno molto radicato ma anche piuttosto variegato nelle singole regioni italiane. Nel suo complesso il cattolicesimo italiano mi appare oggi come un cattolicesimo popolare, un cattolicesimo devozionale e un cattolicesimo che sente molto la dimensione sociale e politica.
È, innanzitutto, un cattolicesimo popolare.
Le più recenti indagini sociologiche – ad esempio quella condotta per conto della Conferenza Episcopale Italiana dall’Università Cattolica e pubblicata da Mondadori La religiosità in Italia, con autori, tra gli altri, Garelli e Cipriani – parlano tutte di grandi percentuali di italiani che si riconoscono nella Chiesa cattolica (oltre il 90%), che usano partecipare alle grandi celebrazioni natalizie o pasquali (intorno al 60% e in alcune zone d’Italia perfino il 70%) e che frequentano la messa domenicale (intorno al 25%). Sono cifre notevoli, specialmente se si fa il confronto con quelle relative ad altre nazioni europee.
C’è in Italia un cattolicesimo di popolo che sembra resistere alla pressione della secolarizzazione. Questa persistenza di un cattolicesimo di massa, che è singolare nel panorama europeo, si può spiegare per la peculiare storia dell’Italia, terra che ospita la Santa Sede e che, quindi, è il centro del cattolicesimo e che, soprattutto, vive il lascito sia della stagione delle missioni popolari in età post-tridentina e sia della dimensione organizzativa e dello slancio attivistico del cattolicesimo intransigente dell’Otto-Novecento; ma credo si spieghi più immediatamente per le scelte pastorali dell’episcopato italiano negli anni del dopoconcilio che sono state piuttosto diverse da quelle di altri episcopati, specialmente quello francese e quello tedesco, e hanno mirato a salvaguardare il quadro di diffusa adesione della popolazione alla Chiesa cattolica. È chiaro che la Chiesa italiana, anche per coerenza con le scelte degli ultimi tre decenni, non può a cuor leggero abbandonare a se stessi tanti cattolici che sono tali almeno per il battesimo. Deve farsi carico della cura della crescita della fede personale di tanti cattolici di tradizione. C’è un compito di trasmissione della fede che riguarda tutti quei battezzati che il documento della CEI sugli Orientamenti pastorali per il decennio in corso chiama «cristiani della soglia». Ma proprio quest’attenzione può costituire una linea portante dell’opera della Chiesa per la trasmissione della fede ancora oggi in Italia. In altri termini, il tratto popolare del cattolicesimo italiano può non essere solamente un peso ma piuttosto un’opportunità per la Chiesa.
E comunque per essa resta un compito non secondario. Il secondo carattere del cattolicesimo italiano mi sembra quello
devozionale. Ciò che lega il cattolico italiano alla Chiesa è la devozione al Signore, alla Madonna, ai santi. La popolarità del cattolicesimo italiano è, in buona parte, dovuta al persistere dei legami
devozionali. È l’eredità, anche, della predicazione missionaria itinerante di gesuiti, redentoristi e cappuccini in età controriformista, che suggeriva ai fedeli la devozione al Crocifisso, alla Madonna e ai santi quale modalità ordinaria ed esemplare di esercizio della vita cristiana. E tanta parte della cura pastorale è tuttora indirizzata alla cura delle
devozioni.Ma potrà reggere questo cattolicesimo devoto di fronte ai colpi dei processi di omogeneizzazione culturale che tutto travolgono? Non rischia di dissolversi o, comunque, di trasformarsi in un fenomeno di mero consumismo religioso condizionato e sottoposto alle leggi del mercato? E, al di là di queste domande e di queste preoccupazioni, non bisognerebbe puntare più decisamente, nell’esercizio della cura pastorale, ad un cattolicesimo che, in linea con l’insegnamento del Vaticano
II, abbia più familiarità con la Scrittura, che celebri la comunione col Risorto nei segni sacramentali e sia più capace di testimonianza cristiana e di fermento evangelico nella società? Ma questo puntare ad un cattolicesimo “altro” da quello largamente diffuso nelle nostre comunità, questo vero e proprio rivolgimento pastorale che verrebbe ad attuarsi, non rischierebbe di dissolvere il cattolicesimo popolare ad opera proprio della stessa Chiesa, per iniziativa, per così dire, pastorale? Sono domande importanti e le risposte non sono facili. Si tratta di far passare il rinnovamento conciliare e, a tal fine, operare una vera e propria “conversione pastorale”, come dicono i documenti dell’episcopato italiano da almeno dieci anni, cioè mettere in atto consistenti e decisivi mutamenti nella prassi pastorale, ma mirando a conservare il quadro di un cattolicesimo popolare, cioè non elitario e non
autoghettizzato, aperto e accogliente, fedele e misericordioso.
La terza caratteristica del cattolicesimo italiano è l’attenzione al sociale. Il cattolicesimo italiano, a differenza di quello di altre nazioni europee, vanta una lunga tradizione di cattolicesimo sociale e politico. Per tanti fedeli in Italia l’essere cattolico ha significato uno scommettersi sul piano civile, un impegnarsi nella vita politica, un partecipare a una qualche organizzazione con finalità sociale o assistenziale o caritativa in nome della fede cristiana. E la partecipazione alla vita politica è stata incoraggiata come esercizio esemplare di vita cristiana. È la storia del passato ma anche, in buona parte, del presente. Tutt’oggi tanta parte del cattolicesimo italiano si realizza sul piano dell’impegno sociale. Le organizzazioni cattoliche di volontariato sono, a giudizio di tutti, una realtà imponente che svolge una ammirevole opera di solidarietà umana. Come non fare leva nell’esercizio del compito della trasmissione della fede su questo legame di tanti con la tradizione cristiana in forza di una sensibilità di attenzione sociale e caritativa? Anche questo terzo tratto del cattolicesimo italiano può, dunque, costituire una via tuttora aperta di evangelizzazione, un canale non chiuso di trasmissione della fede. Ma si tratta di utilizzare, per così dire, questo canale con la coscienza dei suoi limiti e delle sue carenze quali, del resto, storicamente sono emersi nel corso dell’intero Novecento. Naturalmente, come accennavo prima, l’individuazione di questi tre tratti – popolare,
devozionale, politico-sociale – non esaurisce la realtà del cattolicesimo italiano. Ma ritengo che, in una riflessione pastorale, non si può non tenere conto di questi tratti del cattolicesimo italiano e di ciò che essi possono rappresentare in termini di opportunità, pur con le connesse difficoltà, per il compito della trasmissione della fede che è proprio della Chiesa.
Mons. Cataldo Naro,
Arcivescovo di Monreale
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Celebrare
e testimoniare da risorti la Pasqua del Signore
i suoi figli. Dipende dalla fede; è nella fede che gli
apostoli l'hanno accolto e ricevuto e nella fede trovano il loro pieno
significato i segni e le tradizioni stesse che ci sono stati consegnati.
E' su questa fede di cui gli apostoli hanno dato testimonianza fino alla
morte, senza che niente e nessuno abbia potuto chiudere loro le labbra,
che si appoggia la nostra fede e che riposa come "un bimbo svezzato tra
le braccia di sua madre" (Sal 131). Una fede rafforzata dalla
storia; gli apostoli, infatti, fissano nella successione storica -
"E' risuscitato il terzo giorno" - un avvenimento di cui la
fede ha loro rivelato il significato di salvezza per tutta l'umanità.Le
verità accolte in un cuore che ha fede diventano luce, rivestono
di Cristo, sono la base di ogni esperienza duratura ed autentica di Dio.
L'atto di fede supera ogni locuzione, ogni visione, rende
"beati" (Gv 20,29), dona l'infanzia dello spirito.Dono,
dunque, la fede ma anche risposta dell'uomo a questo dono: "Quando
il figlio dell'uomo ritornerà, troverà ancora la fede sulla
terra?" (Lc 18,8). La nostra fede tradotta in testimonianza
diventa oggi luce, risveglio spirituale per tanti fratelli caduti nel
torpore e nell'indifferenza, per tanti cristiani, praticanti esteriori,
che non credono più in Cristo risorto e vivo."Andate ed
annunciate ai miei fratelli che là mi vedranno" (Mt 28, 1-10). Annunciate
ciò di cui avete fatto esperienza: l'avere accolto la salvezza e avere
sentito nella propria esistenza i suoi effetti di rinascita. Prima di
andare e di testimoniare, occorre celebrare nella propria vita il
passaggio di Gesù, la sua vittoria sul male e sulla morte. Il vescovo
Melitone di Sardi fa dire al Risorto queste parole: "Venite e
ricevete il perdono. Sono io il vostro perdono, io la Pasqua della
redenzione, io la vostra luce, io la vostra salvezza, io il vostro re.
Io vi porto in alto nei cieli. Io vi risusciterò e vi farò vedere il
Padre che è nei cieli. Io vi innalzerò con la mia destra!"
(Omelia pasquale). Dopo avere ricevuto i benefici della redenzione,
con Maria, Vergine ricca di fede, donna forte al Calvario, Madre della
Speranza, rallegriamoci della vittoria di Dio sul male e sulla morte e
portiamo ai cuori intristiti e oppressi l'annuncio di gioia "Questo
è il giorno che ha fatto il Signore: rallegriamoci ed esultiamo "
(Sal Il 7,24). Il giorno del perdono e della salvezza, il giorno
della vita nuova, il giorno della luce che vince le tenebre! Permettiamo
a Gesù di attraversarci con la sua vittoria ed entriamo in questo
giorno luminoso, che ci fa uscire dall'incredulità, dalla mediocrità,
dalla falsità, dall'egoismo... e avremo celebrato e sperimentato la
Pasqua del Signore nella nostra vita!
di
Anna Canzoneri |