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OTTOBRE  NOVEMBRE 2004

 Bella lettera quella del Vescovo
di Margherita Settimo

La leggi dapprima con curiosità, poi con qualche amara risata per uno o due battute che il vescovo riporta qua e là e poi ti prende per la profondità di una visione che supera abbondantemente la tua concezione di parrocchia, di quella dove vai per la messa della domenica, il catechismo dei bambini, i matrimoni e i funerali, e per la riunione dell’Azione Cattolica, il sabato pomeriggio, fino ad una certa età, naturalmente. La prendi, la porti in parrocchia, nella tua o magari in quella vicina dove tu lavori e, come fai con una foto, la confronti con la realtà e capisci che non ci siamo, guardi e non vi riconosci neanche il tuo parroco: allora comprendi che la lettera è l’immagine di ciò che dovremmo essere e non di ciò che siamo, ma soprattutto delinea una Chiesa locale adulta, capace di dialogare con il mondo circostante, alla pari, senza infingimenti o puerilità, senza “volemose bene” o “tiriamo a campà”. Una Chiesa locale anzitutto credente e quindi capace di un comportamento etico rigoroso che non lascia scampo a mediazioni sinonimi di compromessi con il territorio circostante. Si, perché per raggiungere un mediazione si può scendere come salire. Salire a mediazione con il territorio e le sue esigenze comporta una rimodulazione della presenza delle parrocchie tenendo conto del numero di sacerdoti, di una omogeneità culturale storica che non si esprime, come molti credono, con la concorrenza fra le feste di quartiere e con una certa antipatia fra una parrocchia e l’altra, e pertanto è giusto pensarsi figli di un unico patrimonio valoriale e culturale e religioso ed economico da apprezzare e conoscere piuttosto che separare le strade in parrocchie diverse dicendo che a destra della fontana è parrocchia S. Giuseppe e a sinistra della fontana è parrocchia di S. Francesco. La mediazione è anche punto di arrivo in discesa, talvolta: capita quando in parrocchia si fanno mediazioni fra il Vescovo che crede nel Consiglio Pastorale, anche parrocchiale, e il parroco che convoca sì il Consiglio ma dice chiaramente ai laici lì malcapitati che lui non crede nel Consiglio, in quanto questo ha solo potere consultivo e alla fine non si illudano, perché l’ultima parola è sempre la sua. Ecco, la lettera vola alto e raggiunge il cuore della Chiesa locale astraendone tutta la bellezza del suo esistere lì, da un certo numero di anni o di secoli, al servizio di generazioni e generazioni di persone che ad essa hanno creduto, di essa si sono fidati, da essa sono stati plasmati nella fede. Vola alto e raggiunge la cultura che anima un territorio, che è fatta di ciò che siamo come paese e come territorio, della storia che abbiamo avuto e dell’unica amministrazione comunale dalla quale siamo bene o male governati, delle nostre statue che raffigurano una fede fatta di quotidiana confidenza con l’Alto e delle nostre processioni alle quali - quando non sono di quartiere – partecipa tutto il paese, senza distinzione di parrocchie. E ad un certo punto lo scritto comincia a sorprenderci, a parlarci di pastorale integrata, a delineare come una matita sottile e puntuale un modello di parrocchia che riacquista il suo ruolo di interlocutore del territorio, ma un interlocutore adulto, che a domanda risponde, a provocazione confuta, a stimoli interviene, nel silenzio fa sentire la sua voce, nel frastuono si distingue per l’innovatività dei contenuti, per la profondità della proposta. Ma per fare questo la Parrocchia deve essere anzitutto consapevole di se stessa, consapevole di avere un patrimonio di Verità e di verità che anzitutto deve tradursi in proposta religiosa intrisa di cultura e non solo di sentimento, consapevole di essere interlocutore adulto. Mi spiego meglio: una parrocchia consapevole è anzitutto colta, profonda conoscitrice delle correnti culturali che animano il mondo contemporaneo, anche quelle sotterranee e magari minute di un piccolo paese dell’entroterra. Perché solo se conosco la cultura e i riferimenti culturali dell’uomo che ho di fronte posso interagire con lui: quindi bando alle omelie raffazzonate e intrise di pietismo o di inutili tuoni in merito di morale, bando alle muffolettiate vendute per incontri di socializzazione, al “la politica non entra in chiesa”,- salvo poi fare entrare qualche volta i partiti - perché se in chiesa entra l’uomo entra anche la politica e lo pensava Aristotele prima ancora di Cristo, entra la totalità dell’uomo. Bando al “ non mi interessa la riforma scolastica, qui parliamo di catechesi,” perché la Chiesa – se adulta e preparata – ha da dire qualcosa pure sulla riforma scolastica. E sull’educazione, sulla fecondazione assistita, sull’economia, sul lavoro e sulla disoccupazione, sull’etica, questa ( spesso) sconosciuta. 
La Parrocchia è la voce della Chiesa in un mondo sempre più secolarizzato, è il volto concreto, tangibile della Chiesa che guarda l’uomo negli occhi e risponde alle sue domande con una risposta preparata, formata, compiuta, dinamica, adulta. Ma risponde. Si impegna nella risposta chiamando a discutere nelle sue sale della comunità (!) persone che sappiano far incontrare la fede con l’intelligenza, la cultura con la Verità, l’uomo con il Cristo della storia e del presente.Si impegna coinvolgendo i laici in una preparazione culturale e spirituale che consenta loro di potere essere nei luoghi della loro storia personale portavoce di una parrocchia dove vale la pena vivere. E non mi si obietti che non abbiamo laici disponibili ad un progetto culturale: forse non diamo pane per i loro denti, come si suol dire, e li nutriamo a pastina. Una parrocchia che si impegna a lavorare con le altre realtà del territorio ( associazioni cattoliche o meno,  amministrazioni comunali di destra o sinistra, giovani del centro sociale, quelli con l’orecchino e i piercing anche nell’ombelico, insegnanti di scuola stanchi per uno stipendio troppo scarso) per migliorare non solo la qualità di vita in paradiso ma anche quella dell’oggi che compone la storia di questo paese, di questo territorio. 
Integrale, che si integra, si impasta, si lascia coinvolgere, sconvolgere, modellare, che modella, interpella, insiste, chiama, condivide, cresce, migliora, ci prova con gli strumenti e i mezzi e i metodi dell’uomo di oggi, senza diventare altro da sé, divenendo ciò che deve essere, semplicemente. Bella nota, quella del vescovo. 
Finisci di leggerla e ti senti un groppo allo stomaco: ti viene voglia di metterla da parte nella cartella delle cose che riguardano Monreale ma poi capisci che così la tradisci e tradisci chi l’ha scritta. E allora la tieni in borsa, sulla scrivania, sul banco, fra gli attrezzi da lavoro e capisci che l’unico uso che puoi farne è uguale all’uso che un architetto fa di una pianta in un cantiere: la tiene fra le mani sempre, la guarda costantemente e alla luce di quelle linee e quei colori costruisce la parrocchia, nel cantiere sempre aperto che è la storia della Chiesa locale. Bella Lettera, quella del vescovo. 

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A proposito di ... "Diamo un futuro alle nostre parrocchie"
di Don Antonino Dolce, Vicario Generale

“Diamo un futuro alle nostre parrocchie” è il titolo della lettera pastorale che, all’inizio del nuovo anno 2004/05, Mons. Arcivescovo ha inviato ai sacerdoti e ai fedeli della Chiesa di Monreale nella quale il Pastore rileggendo la Nota pastorale della CEI “Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia” ne ribadisce le linee fondamentali e dona delle direttive per tradurle nella realtà locale. Nel documento si coglie, soprattutto, l’ ansia dell’ Apostolo che, dopo una disamina attenta e puntuale della situazione della sua Chiesa, mette in risalto insieme al tanto bene che il Signore ha suscitato anche gli aspetti negativi e, aperto alla speranza, ci spinge a proiettarci in avanti per contribuire a dare “insieme a lui un futuro alle nostre comunità parrocchiali, rinnovando la loro capacità di dire il Vangelo agli uomini del nostro tempo e del nostro luogo, in particolare alle nuove generazioni”. 
Il problema che lo angustia particolarmente è la riduzione numerica dei sacerdoti e la loro età media piuttosto avanzata; ciò però, scrive, potrebbe trasformarsi in “occasione provvidenziale che ci permette di ripensare la pastorale della nostra Chiesa locale in quel punto importante e direi, di base che è la parrocchia in rapporto al territorio”. 
La lettera, in sintonia col magistero della CEI, riafferma la centralità della parrocchia, “bene prezioso” che realizza un modello di “Chiesa radicata in un luogo, diffusa tra la gente e dal carattere popolare" ma addita tre vie per darle un nuovo volto: 
- Il rapporto missionario col territorio che va considerato “non solo topograficamente, ma, in primo luogo, antropologicamente” cioè nelle sue connotazioni umane, sociali e culturali. Ciò comporta una riorganizzazione delle parrocchie “in rapporto al territorio valorizzandone, per quanto possibile, l’omogeneità e la specificità”. 
- L’ attuazione di una pastorale “integrata” e “integrale” che permetta ad ogni parrocchia, superato il senso dell’autosufficienza, di ricercare tutte quelle collaborazioni che la rendano capace di agire con competenze e dedizioni specifiche - si pensi, per esempio, alla pastorale di ambiente o alle esperienze associative - che solo a livelli più ampi possono essere assicurate. Questa “conversione pastorale” non è dettata da un bisogno di maggiore efficienza, ma scaturisce principalmente dal fatto che la Chiesa è comunione con la SS. Trinità prima e poi dei battezzati tra loro. Proprio in tale contesto si inserisce la rivalutazione della figura dei vicari foranei per il coordinamento pastorale tra le parrocchie di un medesimo territorio (il vicariato). 
- La capacità di generare diverse figure ministeriali che contribuiscano ad edificare e far crescere la Chiesa quale corpo del Signore. Se infatti non si può più parlare di una parrocchia autosufficiente non è più concepibile un parroco che pensa il suo ministero come un monopolio da gestire. Solo “la corresponsabilità di presbiteri, diaconi, laici e anche religiosi e religiose […] può ridare alle nostre parrocchie la capacità di sostenere e accompagnare ogni battezzato nella scoperta e nella realizzazione della propria vocazione cristiana nel mondo”. 
Mons. Arcivescovo conclude confidando nella presenza del Risorto che accompagna il cammino della nostra Chiesa diocesana che guarda al futuro interrogandosi ogni giorno su cosa il Signore si attende da Lei in un mondo che cambia e poiché ogni comunità parrocchiale deve essere radicata nell’Eucaristia, per l’ anno pastorale 2004/05 invita a porre “ al centro dell’attenzione l’Eucaristia quale fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa”. Questa scelta deriva dall’esigenza di continuare ad approfondire il tema della domenica “ottavo giorno”, ma “nasce anche dal desiderio di sintonizzarci con l’intento che ha mosso il papa Giovanni Paolo II […] a indire uno speciale anno dell’Eucaristia” perché “anche per questa via, viviamo un rapporto sempre più cordiale e più vero con la Chiesa universale”.

di Don Antonino Dolce, Vicario Generale

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Inserto di Approfondimento:
DIAMO UN FUTURO ALLE NOSTRE PARROCCHIE
Una riflessione critica sulla  parrocchia (di Michele Vilardo)
Conversione pastorale: urgenza per la nostra parrocchia
(di don Carmelo Migliore)
Nella parrocchia l'Azione Cattolica vive la missionarietà (di Rosalba Lunetto)
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