|
OTTOBRE
Novembre
2002
Editoriale del Vescovo
Editoriale del
Direttore
La voce del Seminario
Istituto di Scienze Religiose
Dagli Uffici Diocesani
Inserto di Approfondimento:
OTTOBRE MISSIONARIO
Parrocchie e movimenti
Calendario
indietro
indietro
indietro
indietro
|
Editoriale dell'Arcivescovo
Fin
lungo le siepi
Evangelizzare, e portarsi
“fin lungo le siepi”, come i servi, per invitare tutti alla festa,
è il cammino che attende tutta la comunità diocesana in questo nuovo
anno pastorale.
Quando penso all'Evangelizzazione e alla forza che il
Signore ha donato alla Chiesa per portare “in tutto il mondo” il
Vangelo, mi ritorna alla mente l'immagine della fionda.Sembra
strano. Evvero!
Non posso permettermi il “lusso” di andare a giocare
in campagna come da ragazzo.
Ora guardo quello strumento di gioco
con tutt'altro occhio di un tempo quando spensierato andavo a caccia
delle lucertole o degli uccellini.
Penso alla fionda perché vi trovo
tanti elementi che mi richiamano l'azione del missionario, intento
certamente, non a “colpire”, ma a donare.
Le
braccia alzate della fionda mi ricordano la posizione del Crocifisso:
braccia protese tra terra e cielo per annunziare la pace. Dal Crocifisso
e nella preghiera il missionario trova la ragione dell'annunziare il
perdono, la vita nuova.
Attraverso quelle braccia alzate ci viene la
misteriosa rivelazione dell'amore del Padre nel Figlio.
“La pietra è
Cristo” nella versione nuova della fionda; una “pietra” che non fa
male, anche se “colpisce”, ma risana ed edifica.
“Pietra
angolare”, fondamento dell'edificio spirituale che è la Chiesa.
Non
si può essere missionari per annunziare Cristo senza proclamare la
sapienza e la potenza della Croce. L'Apostolo Paolo non ebbe altra
dottrina se non quella di Cristo crocifisso.
Una predicazione integra e
senza compromessi, come ferma dev' essere la mano di chi usa la fionda.
Inoltre, per essere missionari bisogna lasciarsi dilatare il cuore, sia
dalla luce della Parola, sia dalla gioia di donarla.
“Bere” la
sapienza e la misericordia che Gesù ci offre con il suo Vangelo e la
grazia dei sacramenti ci dilata l'animo secondo gli orizzonti sconfinati
della tenerezza del Padre.
Dio ci ha eletti ad essere suoi messaggeri.
Per questo ci ha dato “un cuore nuovo”; ha tolto il cuore di pietra
e ce lo ha messo di carne.
L’aspersione e la consacrazione attraverso
lo Spirito è fonte di “gioia piena” che “nessuno potrà
toglierci”. Dare l'annunzio di pace è motivo di certezza, di
esultanza, di camminare.
Ero piccolo, ma ricordo con commozione la
giornata quando le campane di tutta la città diedero l'annunzio della
pace.
Il segreto dell'amore nella missione è donarsi prontamente e per
intero.
Lo ha fatto Maria quando, prima missionaria, andò ad annunziare
la fine dell'attesa e la presenza tra noi del Redentore. Con
sollecitudine, saltellando dalla contentezza, andò dalla cugina
Elisabetta.
E nel saluto l’oceano della grazia e della gioia invase il
cuore di tutti.
Prendiamo in mano il crocifisso e impariamo a leggere e
ad assimilare tutte le parole dell'amore infinito di Dio: ha dilatato il
suo cuore fino ad abbracciare il mondo; ha donato tutto, senza
trattenere nulla.
+ Pio Vittorio Vigo
Arcivescovo
***
La Fionda
“Strumento
banale la fionda, ma che riesce a colpire grandi obiettivi”. Osler
William
L’ho
portata anch’io
infilata alla cinta
con l’animo da guerriero.
Ho
sognato battaglie
obiettivi colpiti
vittorie riportate
Mi allenavo nei campi
come in una palestra
col cuore inebriato
a sentire il fischio dell’aria infranta
o il fruscio delle foglie
attraversate con violenza
dal sasso minaccioso.
Ora
dopo tanti anni
l’ho ripresa tra le mani
ma leggo nel legno
un nuovo messaggio:
« Il mio segreto è nascosto
nelle braccia alzate
come la croce;
la mia forza
nel lasciarmi dilatare
senza resistere;
la mia riuscita
nel donarmi prontamente
senza trattenere nulla ».
+ Pio Vittorio Vigo
Arcivescovo
Editoriale del
Direttore
Tutti
in missione
Quando da piccolo frequentavo la Parrocchia, il mio
Parroco m’ insegnava che il Vescovo
porta il pastorale perché è Pastore e deve spingere il gregge a
camminare, ma deve essere pronto anche a frenare le fughe solitarie di
qualche pecora che, lasciando il gregge, potrebbe finir male.
Nelle
Linee Pastorali del nostro
Arcivescovo per l’anno 2002/03 “
Fin lungo le siepi” vedo l’ansia del Pastore che sente la
responsabilità di essere “Servitore del Vangelo di Gesù Cristo per
la speranza del mondo” (Sinodo dei Vescovi 2001) e ripete con forza a
coloro che gli sono stati affidati che “una sola è la cosa di cui
c’è bisogno” (Lc 10,42): lasciarsi ammaestrare dal Signore; vi
scopro pure l’operaio della vigna che, con animo grato, mette in
risalto i frutti di grazia che il Padrone della vigna ha suscitato nella
nostra Chiesa Diocesana; c’è soprattutto l’Apostolo che, se pure
evidenzia con franchezza evangelica ciò che non costruisce, speranzoso,
indica nuovi orizzonti al Popolo di Dio perché viva più integralmente
la sua vocazione missionaria.
Terzo momento di un cammino iniziato tre
anni fa “Scelti per essere
santi e immacolati al suo
cospetto”, il documento presenta ancora come icona la parabola
del re che prepara una festa per le nozze del figlio. Dopo aver pensato
alla festa (2000/01) e avere preparato la cena (2001/02) è arrivata
l’ora di andare “per le strade e lungo le siepi”. E’ la
missione: il banchetto è pronto, nella sala c’è ancora posto. Non
basta che tutti, anche i più distratti, sappiano che il Signore li
invita, ma bisogna “spingere” (compelle intrare = costringi
ad entrare) quanti si incontrano ad entrare perché la casa si riempia.
(Lc 14,15-24).
Da qui l’urgenza di sentirsi davvero missionari ! Il
vero protagonista della missione è il Signore. “Se
il Signore non costruisce la casa i costruttori si affaticano invano; se
il Signore non protegge la città le sentinelle vegliano invano”
(Sl 127,1)
Ecco perché Mons. Arcivescovo esorta “
ad accogliere in silenzio orante l’annunzio profetico
del salmo” (Pio
Vittorio Vigo, Fin lungo
le siepi, Linee Pastorali 2002/03 –
III anno) e dopo, avere richiamato altri brani biblici, invita a
leggere le sue linee “ con lo
sguardo attento alle richieste di Dio”. Solo infatti se fedeli
al Signore sarà possibile “costruire
e custodire insieme la Chiesa, la casa, la città, dove noi
sperimentiamo il nostro essere popolo di Dio” Compito che la
Chiesa non può eludere è l’evangelizzazione, ci dice il Vescovo
riproponendo l’insegnamento di Paolo VI nella Evangelii Nuntiandi . E non è sufficiente fare arrivare a quanta
più gente è possibile l’annunzio della Buona Notizia, ma è
necessario “raggiungere
e quasi sconvolgere mediante la forza del Vangelo i criteri di giudizio,
i valori determinanti, i punti di interesse, le linee di pensiero, le
fonti ispiratrici e i modelli di vita dell’umanità che sono in
contrasto con la Parola di Dio e col disegno della salvezza”
(EN,19) “Compito estremamente
complesso e ampio” che
“richiede preparazione e maturità interiore”
.
Scelte
fondamentali del cammino saranno ancora “la
Parrocchia con la sua vitalità, il suo modo di essere comunione di
comunità e la Famiglia, piccola chiesa, i valori e le realtà che in
essa si vivono”.
Bisogna spingersi fin
lungo le siepi facendosi prossimo di tutti
ossia “raggiunge
chi è senza speranza, chi si è allontanato perché non ha trovato il
cibo spirituale sperato o si sente segnato da incomprensioni”;
“spezzare i vincoli di una tradizione umana legata alle situazioni del
tempo ormai lontano”;” andare la ‘nuovo’ con fiducia, con
coraggio, con dedizione”. Lungo le siepi possono annidarsi anche delle insidie.
Il Vescovo ne
individua tre: la secolarizzazione, la crisi dei valori e la
globalizzazione.
Fenomeni questi che hanno “elementi positivi
mescolati a quelli negativi come il grano con la zizzania”.
Cosa
dobbiamo fare? La voce del Pastore diventa ferma nell’indicare la
direzione: Ripartire da Cristo, lasciarsi rinnovare dalla sua parola,
fare esperienza della sua tenerezza nel sacramento della
riconciliazione, nutrirsi dell’eucaristia per essere “unica
famiglia”. “
Allora l’annunzio si carica di entusiasmo, cerca i
metodi, le forme, gli atteggiamenti più adeguati, il linguaggio più
adatto per raggiungere il cuore di ogni uomo” .
E’ la nuova
evangelizzazione di cui tanto oggi parlano i documenti del Magistero.
Passando alla parte operativa, Mons.
Vigo ci dice che spingersi fin lungo le siepi significa
rivedere le strutture pastorali e soprattutto il cuore e indica
il metodo ‘nuovo’ dell’evangelizzazione nel ‘camminare
insieme’ per presentare
una Chiesa in comunione e unificata dove “tutti vivono la propria
ministerialità in piena comunione, valorizzando e rispettando ciascuno
il ruolo ecclesiale dell’altro”.
Spingersi fin lungo le siepi è
sapere individuare i nuovi ‘Areopaghi’ dove incontrare la gente per
l’annunzio della parola che salva.
Spingersi fin lungo le siepi è
acquisire il linguaggio della croce che si esprime attraverso “la
donazione totale, la compassione, il perdono, la povertà radicale, la
libertà interiore, il pieno abbandono al Padre”.
Mons. Arcivescovo,
nella seconda parte del documento offre delle indicazioni operative agli
uffici diocesani.. Le sue Linee Pastorali le paragona ad un tronco di
albero spoglio che si rivestirà di foglie, fiori e quindi di frutti
“maturi e buoni” con le iniziative che i vari settori della
pastorale porteranno a compimento. Nell’ultima parte il Pastore della
Chiesa Monrealese segna le tappe del cammino che sarà scandito dai
tempi forti dell’anno liturgico: l’Avvento per la formazione dei
missionari che porteranno “l’annunzio evangelico nelle famiglie,
nelle strade, in ogni ambiente”; il tempo di Natale per iniziare la
visita alle famiglie; “il tempo di Quaresima dovrà essere qualificato dalla Missione
diocesana. Tutti in missione, ogni luogo centro dell’azione
missionaria”.
Il pellegrinaggio alla Chiesa Cattedrale, nel
periodo quaresimale, per i fedeli di ognuna delle tre zone pastorali,
sarà come un ritorno alla sorgente.
Sarà l’incontro col Vescovo, il
Maestro della fede, che proclama con autorità la Parola di Dio, educa
il Popolo di Dio, lo raduna e lo nutre con i segni dell’azione di
Cristo (cfr EN 68).
Il tempo
Pasquale con la celebrazione dei sacramenti dell’eucaristia e della
cresima sarà il momento opportuno per esprimere comunitariamente la
dimensione missionaria della fede cristiana.
Il Vescovo conclude le sue
“Linee Pastorali” affidando a Maria “Maestra dello spirito
missionario” il cammino della Chiesa diocesana.
Don Antonino Dolce, Vicario Episcopale per la Pastorale
Istituto
di Scienze Religiose
Il
primo volume dell'opera musicale di Don Ignazio Sgarlata
Quando
nell’anno accademico 2000-2001, su delibera votata all’unanimità
dal Collegio dei docenti dell’ISR, si intitolò la Scuola Teologica a
Don I. Sgarlata, rivolsi l’invito a quanti conservavano manoscritti o
pubblicazioni del Sacerdote di Chiusa Sclafani di farcene pervenire
copia per la costituzione di una Fondazione Sgarlata che intende
raccogliere, conservare e studiare i suoi lavori e la sua testimonianza
di uomo, di artista, di sacerdote.
Sono arrivate numerose testimonianze
di affetto e di plauso non solo da parte dei sacerdoti e di quanti lo
hanno avuto maestro e amico, ma anche di molti laici che lo avevano
conosciuto e apprezzato.
Una lettera in modo particolare ci colpì: il
Prof. Scalici ci comunicava che qualche anno prima aveva presentato, a
conclusione di un Corso di specializzazione musicale, una tesi
sull’opera del Maestro.
Da lì è partita l’idea di inserire nei
“Quaderni” dell’Istituto Teologico la produzione di un CD con una
prima raccolta dei suoi lavori. Il progetto prevede un secondo volume
per presentare il resto della produzione. Nell’arco di un anno Il
Prof. Scalici con il Coro Cum jubilo hanno lavorato intensamente ed
inciso i brani che ora presentiamo.
Un libretto con le parole e la
traduzione di D. Antonino Licciardi e un breve commento storico-estetico
accompagna il CD. Tra i pezzi selezionati si trova il Salve Regina
coelitum già abbastanza conosciuto e diventato celebre con il film
‘Sister Act’.
Tra gli altri brani, notevoli per ispirazione ed
eseguiti in modo magistrale con l’accompagnamento all’organo del
Maestro Giovanni Vaglica, ritroviamo O Jesu mi dolcissime, che dà il
titolo all’intera raccolta, la Messa Salus Infirmorum, la seconda in
italiano, dopo la Riforma Liturgica, ingiustamente dimenticata e gli
Inni, scritti da Mons. Petralia, alla Madonna dei Rimedi e a Maria
Sovrana dei cieli. Quest’ultimo merita una particolare sottolineatura
perché fu scelto come inno ufficiale del Congresso Mariano Regionale e
divenne in poche settimane popolarissimo in Sicilia. Sentiamo il bisogno
di ringraziare S. Ecc. l’Arcivescovo Mons. Pio Vittorio Vigo che ha
sostenuto il progetto accogliendolo tra le pubblicazioni della Casa
Editrice ‘Il Pantocratore, il Coro e gruppo vocale Cum jubilo e
soprattutto i due artefici principali il Prof. Scalici e il Prof.
Vaglica
Don Vincenzo Bellante
Dossier
Evangelizzati
prima che evangelizzatori
Se si vuole parlare di una grazia particolare nella
Chiesa del nostro tempo dobbiamo intravedere con gratitudine questa
grazia legata alla persona dello Spirito Santo.
Nel racconto della Pentecoste, troviamo un elemento importante
per cogliere il dinamismo missionario dell'evangelizzazione; c'è un
triplice movimento che contraddistingue la Pentecoste storica e ogni
pentecoste, nella quale possiamo intravedere non solo l'icona della Chiesa-comunione, ma anche quella della Chíesa-missione.
Si
tratta di tre passaggi indispensabili che vediamo testimoniati nella
stessa vita terrena di Gesù: l
a preghiera
assidua,
la venuta dello
Spirito,
la testimonianza.
La preghiera assidua è quella forma di
richiesta, di supplica, ma anche di atteggiamento interiore che Gesù
ricorda sempre. Egli stesso,
nel fiume Giordano in ginocchio davanti al Battista, stava in preghiera
e attendeva anche lui quello stesso battesimo.
Il secondo passaggio è
proprio quello della discesa dello Spirito, che
avvenne, nel caso di Gesù come anche nel caso degli apostoli riuniti
nel Cenacolo, in forma visibile. Il
cielo si aprì e lo Spirito Santo scese su di lui sotto forma di
colomba. Come Gesù, come
Maria e gli apostoli, chi vuole essere uno strumento davvero fecondo per
la nuova evangelizzazione deve fare esperienza della presenza dello
Spirito nella propria vita e deve essere capace di mettersi in ginocchio
e di restare in attesa, finché lo Spirito non scenda.
Non dobbiamo preoccuparci solo di chiedere: talvolta non
riceviamo perché non sappiamo attendere, perché abbiamo fretta.
Dobbiamo imparare che la fretta deve nascere dopo aver ricevuto,
non prima.
La fretta, è invece caratteristica del terzo passaggio, la
testimonianza, di cui ci racconta l'evangelista quando ci dice che
Gesù, dopo essere stato nel deserto, tornò in Galilea con la potenza
dello Spirito e iniziò a predicare l'avvento del regno di Dio.
E la fretta di correre in missione, l'urgenza di annunciare e di
non rimandare la diffusione del Vangelo, l'urgenza che fece partire in
fretta Maria, l'urgenza che caratterizzò la missione degli apostoli e
che ha permesso che la fede arrivasse fino a noi.
La sollecitudine per la buona novella che permetterà alla fede
di giungere, secondo il mandato evangelico, fino agli estremi confini
della terra per mostrare Gesù Cristo ad ogni uomo.
Senza ascolto fiducioso non c'è
evangelizzazione
“E io vi dico: Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate
e vi sarà aperto. Perché
chi chiede ottiene, chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto ... » (Lc
11, 9-10).
Il limite che oppone resistenza allo Spirito è il dubbio.Una
Chiesa che non crede, una Chiesa dubbiosa, una Chiesa che non investe
sulla Parola è una Chiesa che sente venire meno la speranza, la carità
e che si sente impotente.
Viviamo l'esperienza del "chiedere"
nei nostri movimenti, nelle parrocchie, nelle famiglie cristiane?
E
quanto tempo si dedica all'attesa di ricevere una risposta?
Spesso non
si ottiene perché non si rimane fedeli nella richiesta, perché si ha
paura di non ricevere o di ricevere qualcosa di diverso.
Ma, in questa direzione, ci rassicura la parola di Dio: «...
Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri
figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a
coloro che glielo chiedono!» (Lc. 11, 13).
La preghiera costante e
l'ascolto della Parola ci aiutano a recuperare alcuni atteggiamenti
fondamentali come la vigilanza. Essa
si addice in modo particolare ai pastori, ai sacerdoti, alle guide e non
indica semplicemente la funzione di controllo, ma implica la qualità
profetica, l'accompagnamento, la lungimiranza, la cura pastorale,
l'attenzione continua.
La
dedizione all'ascolto della Parola è, dunque, di vitale importanza: una
comunità, una parrocchia, una chiesa che si svuotano probabilmente
saranno una comunità, una parrocchia, una chiesa senza Parola.
Dai
capitoli 2 e 3 di Ezechiele, possiamo bene comprendere quale sia il processo della Parola, e, dunque, anche quello dell'evangelizzazione.
A Ezechiele viene detto di compiere
quattro, precise azioni: alzati, mangia il rotolo, vai,
parla.
L’alzarsi indica lo stare nella vigilanza, nell'attesa, nell'ascolto
al cospetto di Dio.
Il mangiare indica il momento in cui la parola viene
pregata, "digerita", creduta.
L'andare indica il dinamismo
provocato dallo Spirito Santo, l'urgenza missionaria.
Il parlare è
l'atto estremo e fondante l'evangelizzazione, l'annuncio kerigmatico
della buona novella della salvezza
In breve, non possiamo annunciare ciò che non crediamo, o che non è
valido anche per noi: solo la Parola creduta potrà essere professata
perché, dice Paolo ai Romani, sarà professata dal cuore.
E questo introduce un concetto fondamentale sul quale dobbiamo
appuntare la nostra attenzione: se la nostra evangelizzazione sia
profetica o moraleggiante, kerigmatica o sociologica.
Dobbiamo introdurre un criterio di valutazione che ci permetta di
appurare se vi sia davvero "lieta novella" nella nostra
predicazione.
Quella
notizia, quella novità che porta la gioia e la speranza nel cuore, che
riaccende la fede, non potrà essere contenuta in una evangelizzazione moraleggiante o
accusatoria, né, tanto meno, in un annuncio sociologico che non abbia
il fine ultimo di consegnare Gesù, di rendere presente il mistero della
sua vita, morte e resurrezione.
Nella
mia esperienza personale, uno dei passaggi più belli è più incisivi
della Scrittura è rappresentato dal capitolo 62 di Isaia: “Non
prendetevi mai riposo e neppure a lui date riposo, finché non abbia
ristabilito Gerusalemme e finché non l'abbia resa il vanto della terra
(Is 62, 7)”. Dunque, non darsi riposo e non darne a Dio, poiché egli
non si rassegna mai.
Dobbiamo passare da comunità evangeliche a
comunità evangelizzanti, in cui l'evangelizzazione non consista
puramente nella catechesi, ma rappresenti anche la predicazione di un kaíros,
di un evento di
qualcosa di straordinario che è accaduto nella nostra vita e che
noi possiamo raccontare.
Una
parola, un annuncio, una profezia che anche i
più semplici e i più poveri possono annunciare o possono ricevere. La
crescita, l'accompagnamento spirituale, l'approfondimento della fede
verranno dopo e saranno compito dei maestri, ma questi piani pastorali
all'interno della nostra esperienza devono essere ben distinti.
Un'evangelizzazione, allora, che interessi trasversalmente tutti i piani
dell'azione pastorale e della celebrazione della fede, che riguardi la
liturgia, la preparazione al matrimonio e tutti i sacramenti, la
preghiera, la catechesi, la relazione personale, la compassione, che è
icona della misericordia di Dio. Dobbiamo
augurarci che gli uomini e le donne che approdano ai movimenti, che
visitano le nostre chiese, facciano l'esperienza di Maria di Màgdala,
raccontata in Giovanni al capitolo 20.
Una donna in cerca di Dio, del suo Signore, che, giunta al
sepolcro lo trova vuoto e piange. Ma
due angeli le chiedono: «Donna perché piangi?».
Quell'espressione di Maria, «Hanno portato via il mio Signore e
non so dove lo hanno posto», è l'espressione di tutti i
"cercatori" di Dio. Se
le nostre chiese e le nostre comunità avranno questi angeli solleciti e
compassionevoli, allora Gesù, come nell'episodio di Maria, sarà lì e
si manifesterà ai suoi "cercatori" che, riconoscendolo
Maestro, si lasceranno istruire da lui: Gesù le disse: «Maria!».
Essa, allora, voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: «Rabbunì!»,
che significa: Maestro! (Gv 20,16).
Salvatore Martinez, coordinatore nazionale del Rinnovamento nello
Spirito
|